"Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era più vita che di qua"

Italo Calvino

Ilaria Pasqua - Writer and more...

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Bomb Man

Trama:

In un futuro non molto lontano, sul pianeta Terra imperversa l’ossessione delle bombe, un vero e proprio flagello per l’umanità. 

Julius, proprietario dell’azienda Fabric, ha fatto la sua fortuna cavalcando l’onda del terrorismo mentre il figlio Carl desidera un mondo nuovo. E sarà proprio lui a trovare una soluzione al problema: una seconda pelle artificiale che protegge le persone e le città dalle deflagrazioni. Una scoperta che sconvolgerà per sempre il modo di vivere delle future generazioni, come quella a cui appartiene lo “spilungone”, un impiegato di Fabric che assiste muto alle continue esplosioni, ormai diventate un’insostituibile e morbosa fonte di divertimento, in una realtà in cui il terrorismo non è altro, ormai, che un arido riverbero senza significato. Fino a quando non scoprirà che la seconda pelle è imperfetta e che il passato, con tutto il suo bagaglio di luci e ombre, è sempre in agguato.



Pubblicato da Scatole Parlanti (Gruppo Alter Ego Edizioni)


Anteprima



Capitolo 1 

Presente 


Non c’era giorno in cui non scoppiasse qualche bomba. 

Le esplosioni si inseguivano da una parte all’altra del pianeta come bambini che giocavano ad acchiapparella. E le città erano ormai composte di materiali indistruttibili, mentre le persone avevano risolto il problema indossando una seconda pelle. 

Il mondo era diventato un viavai di omuncoli nascosti in città ricoperte da un velo argentato. Al ragazzo sembrava che un mare alieno avesse sovrastato ogni cosa, tenendola in trappola. Vedeva solo profili di edifici morti, compressi nella materia e stretti in abiti poco adatti, quasi a disagio, come se si muovessero in un party di distruzione a cui non riuscivano ad abituarsi. 

Ma a lui non importava. 

«It’s a wonderful, wonderful world» iniziò a canticchiare quella mattina all’apparenza come tutte le altre, mentre chiudeva la pesante porta di casa. 

Poi tirò fuori il cellulare e controllò la mappa. Potrebbero attaccare qui oggi, pensò ricordando il tg, bene, prendo l’altra strada, ci metterò qualche minuto in più ma pazienza. 

Lavorava nell’azienda che fabbricava le tute “comode e resistenti”, come cantavano gli spot. Lui permetteva alle persone di godersi quei momenti eccitanti, impagabili, senza nessun pericolo. Quella mattina aveva da fare, sennò sarebbe di certo andato a vedere qualche fuoco d’artificio. La gente che saltava in aria, che rimbalzava contro i muri, era un bello spettacolo. Anche perché si rialzava senza essersi fatta alcun male. 

Cosa poteva esserci di meglio? Nessun palazzo cadeva, nessuno moriva. Non come prima. 

Nonostante si fosse impegnato nella ricerca, non era mai riuscito a calcolare le spese di ricostruzione, né a contare le vittime. Anche perché si parlava di tempi così lontani… lui non aveva mai vissuto il terrorismo in senso stretto, quello che faceva del male, ma solo quell’arido riverbero. 

Ormai era soltanto una vuota ripetizione, un gioco capace di produrre danni, davvero miseri, solo alle aziende, costrette a pagare ore di lavoro alle persone che, colpite da qualche attentatore, ritardavano a occupare il loro posto. 

Pensò alle membra staccate, al sangue che mai aveva visto: era davvero rosso? E come sgorgava? 

Si passò nervosamente le mani sul petto coperto, come a lisciare la seconda pelle che non ne aveva alcun bisogno, e proseguì, ma un pensiero lo catturò subito costringendolo a deviare. 

In banca quanta gente c’era! 

«Per forza, è il 31 marzo» bofonchiò e bestemmiò, senza che nessuno lo sentisse. «Forza, sbrigarsi» ora sì che lo sentivano. 

«Aspetti il suo turno» disse una signora anziana, nascosta nella sua seconda pelle, la testa compressa nella maschera trasparente. 

Era tutto così grigio, sembravano appena umani. A volte lo straniva quello spettacolo. I robot dei vecchi film di fantascienza apparivano proprio così. 

Ridacchiò, iniziando a pregustare le sue prossime azioni. Tirò fuori il tesserino distintivo e prese a urlare: «Permesso! Permesso! Ho detto permesso. Fate passare. Sono dell’azienda Fabric». Si aprì un varco e lui passò trottante, aveva gambe lunghe, lunghissime e un busto invece corto, appariva un po’ come la caricatura di un vecchio cartone animato. 

Alcuni ragazzi gli batterono la spalla. «Sei un grande» mormorò uno di loro, e lui si sentì orgoglioso, come ogni volta, senza sapere poi il perché. La sua espressione si tirò. «Paga e vai a scuola» disse con tono imperativo. Il giovane si limitò ad annuire, messo in allarme dalla sua voce, poi scivolò via a testa bassa. 

Lo spilungone aveva avuto il tempo di notare solo due occhi marroni svegli, nascosti dietro il vetrino, e un ciuffo di capelli dello stesso colore, poi quel lampo di eccitazione che a volte vedeva anche nel suo sguardo. 

Le persone non si guardavano più negli occhi. Lo diceva sempre sua madre e lui non coglieva mai quale potesse essere il problema. 

«E allora?» si domandava sottovoce, scostante. 

Accarezzò la sua seconda pelle, sovrappensiero, immaginando la risposta che sua madre non gli aveva mai dato, fino a quando qualcuno non lo interruppe e fu costretto a girarsi. 

«Tocca a lei» sentì ripetere per la seconda volta al cassiere prima che si decidesse a fare un passo avanti. Allungò meccanicamente la mano e lasciò cadere la moneta, poi estrasse dal taschino una banconota rigida; di carte non ne aveva mai sentito il bisogno, spendeva poco per sé, troppo poco, secondo sua madre. Che stupido l’uomo, pensò subito, perché un tempo aveva fragili soldi di carta? 

Per pagare la “tassa sicurezza bombe” non serviva più compilare noiosi moduli, bastava farlo una volta sola e lui si era messo in regola tanto tempo prima. Avrebbe anche potuto risolvere online o tramite app, ma non ne aveva mai voglia, e poi se ne ricordava solo quando passava di fronte a quegli uffici. A che diavolo servono sennò?, si ripeteva ogni volta per giustificare la sua pigrizia. Per molti invece quello era un rito impagabile. 

Una signora lo spintonò per raggiungere lo sportello vicino e lasciare il suo contributo. «Ecco qui, ecco qui» disse esaltata, grassa nella sua tuta. 

L’impiegato scosse la testa sconsolato: «Non puoi, te l’ho detto ieri. E l’altro ieri, e il giorno prima ancora…». 

«Ma…» mormorò delusa. 

«Ma nulla. La tuta ce l’hai. Funziona… non c’è bisogno di pagare di più per un servizio che hai già». 

«Ma…». 

Lo spilungone fece una smorfia e alzò gli occhi azzurri al cielo, gli esaltati non li sopportava. Perché riusciva a leggere tra le righe. Sapeva cosa c’era dietro quel desiderio. Erano tutti drogati di esplosioni. 

«Perché hai scelto il settore sicurezza?» gli aveva chiesto un giorno la sua ex-ex ragazza. Era così tranquilla, ma quando si parlava di bombe… s’illuminava. Non era in grado di nasconderlo. 

«Non lo so» aveva risposto. Ed era sincero. A un certo punto aveva lasciato il settore chimico e si era spostato in un posto più sicuro, senza sapere il perché, voleva solo stare… lontano. Poi non si erano più visti, lei era sparita. 

Immaginava che fine avesse fatto: era entrata in qualche banda clandestina e sicuramente ora era da qualche parte a lanciare bombe per cause che non esistevano.


                                                                          Capitolo 2 

Passato 


Se quel tempo avesse avuto un nome, sarebbe stato “distruzione”. 

Ormai la situazione era completamente sfuggita di mano. Gli sporadici attentati erano diventati un’abitudine impossibile da uccidere. Non si ricordava più quando, come e perché esattamente era iniziata e per questo come e perché potesse finire. 

«Nessuna istituzione è più in grado di sventarli, quanto di prevederli» diceva sempre suo padre. «Siamo nelle mani del caso». 

A Carl non interessava. Ma era sempre più irrequieto dietro le enormi vetrate dell’azienda. Si chiedeva continuamente perché quegli ultimi due piani dove lui e suo padre vivevano fossero in quella maniera, una cabina di vetro che lasciava intravedere ogni cosa, soprattutto le peggiori. Perché li aveva fatti costruire così? 

Non era normale stare lì a guardare, solo che non riusciva proprio a immaginare come dovesse essere fuori. Vedeva solo cumuli di fumo alzarsi verso il cielo come in fuga, palazzi che crollavano e che costantemente venivano ricostruiti, altri che invece se ne restavano lì, poveri e sfatti, come se non avessero più la forza di alzarsi. 

Boom. Un boato non troppo lontano fece tremare le fondamenta del palazzo, un leggero riverbero lo portò solo a sbilanciarsi leggermente, e lui con un passo avanti tornò in posizione. Chissà se è morto qualcuno in questo stesso istante, si domandò senza provare niente. Moriva sempre talmente tanta gente che forse ormai non aveva più così importanza. Quante persone abitavano quel pianeta? E quante se ne andavano ogni giorno? Anche in quel momento, nel tempo che ci aveva messo a pensarlo, qualcuno aveva chiuso gli occhi per sempre. 

Attaccò le mani al vetro e le tolse per osservare le sue piccole impronte. Era al sicuro. Suo padre aveva costruito un solido edificio, poco dopo la sua nascita, una fortezza che era anche sede dell’azienda, la sua anima: Fabric, così l’aveva chiamata. Mentre lui era lì a osservare il mondo, ai piani bassi si lavorava. Non sapeva esattamente cosa si facesse lì, ma si rendeva conto che la gente era indaffarata. Forse cercava una soluzione per le bombe. 

Guardò di nuovo fuori dalla finestra, la città tutt’intorno si disfaceva; non capiva perché costruivano tutti quegli edifici per poi farli esplodere, creando voragini che inghiottivano le persone: il secondo nome della loro vita era davvero “distruzione”. Questo pensiero lo sfiorava ogni tanto, per poi perdersi nel nulla. 

Lui era al sicuro a Fabric. Quella meravigliosa, stabile prigione. Sospirò. E saltellò via, fino alla grossa scrivania, dietro la preziosa cartina incorniciata, un vecchio prototipo di astronave, con una mappa per costruirlo. Rise sotto i baffi. 

Lo percepì immediatamente, non appena mise fuori i piedi dall’ascensore. Il suo passo era inconfondibile, calcava così tanto il terreno da rimbombare nei corridoi, nelle stanze semivuote. 

Non gli diede neanche il tempo di parlare. «Posso uscire?». 

L’omone dalle spalle rigide si fermò quasi sulla soglia: «Auguri, Carl». 

«Posso?» i due occhioni supplicanti non funzionavano con lui come non avevano mai funzionato con sua madre, quando se ne era andata, cinque anni, dieci giorni e una manciata di ore prima, ne aveva avuto la conferma. Poi iniziò a pensare che forse non era mai stato abbastanza bravo a trattenerla. 

Suo padre lo guardò esausto. Il bambino si poggiò con la schiena all’enorme vetrata che correva dal pavimento di marmo fino al soffitto a cassettoni. Sentì una scossa che gli fece tremare la colonna vertebrale. 

Lo vide sospirare ancora. Era in quei momenti che Carl credeva che nessuno al mondo lo sopportasse. 

«No» sussurrò solo, stanco ma categorico. 

«Ma è il mio compleanno». 

«Tieni» allungò un pacchetto ben fatto, di sicuro dalla donna del consiglio, di cui non ricordava il nome; aveva i capelli neri come la pece – anche lui li aveva neri, ma non così! – un gran sorriso e un amore sconfinato per i bambini che non poteva avere. 

Si avvicinò saltellando, tanto per farlo innervosire un po’, e strappò di mano il regalo, una scatola abbastanza grande. 

La agitò vicino all’orecchio, doveva essere l’ennesimo Lego. Odiava i Lego. E starsene seduto sul tappeto polveroso o su quel tavolo tanto lucido che avrebbe potuto specchiarcisi e odiare la sua immagine non lo sopportava proprio. Perché suo padre non lo capiva? 

«Voglio uscire» riprovò lui lasciando cadere il pacchetto sul divano. Erano quattro anni, credeva, che non metteva piede fuori. 

«Carl» mormorò l’uomo, le sopracciglia scure che si tendevano sugli occhi in un’espressione tesa e arrabbiata. «Smettila». 

Non avrebbe detto altro e lui non l’avrebbe spuntata, come sempre. Carl tremò, quello “smettila” gli scatenava sempre addosso un tale timore da non riuscire più a parlare. Forse era il tono, più che la parola. Tornò a marcia indietro fino alla vetrata, ci si poggiò e restò a osservare suo padre, il modo in cui sapeva stare immobile. Lui non ne era capace, si agitò sul posto, sentendosi sempre più piccolo e inadeguato. 

Aveva appena compiuto dieci anni, ma se ne sentiva addosso molti di più, e come poteva essere altrimenti? Stare con se stesso tutto quel tempo senza potersi ignorare… 

Lanciò un’occhiata fuori dalla finestra, il fumo scuro continuava a vorticare in aria, e puntini infuocati si dimenavano lontani, come se ballassero sulle macerie in una danza di gioia. 

Era un panorama muto, gli sembrava sempre di guardare un enorme schermo che trasmetteva una guerra di un pianeta che non era il suo. Se ne sentiva distante, così distante che il cuore gli sembrava essere diventato ormai di ghiaccio, non aveva paura, non provava quasi nulla. Forse era un bambino di ghiaccio. 

Il padre si toccò l’orecchio, il solito tic che lo rendeva ancora più irrequieto. Il bambino sentì quel cuore di ghiaccio schizzargli in petto e poi fermarsi, lo fissò trattenendo il respiro. E si guardarono fino a quando non abbassò gli occhi a terra. 

Finché non lo faceva, il padre non andava mai via. Era l’unico modo che aveva per sottrarsi. Ma gli dava una tale angoscia non sostenere quello sguardo che tratteneva a stento le lacrime e si mordeva il labbro fino a quando non finiva il disagio, per questo aveva sempre un taglio che non si rimarginava mai.