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Il mio Blog Post New Entry

Guardami (J. Egan, 2012)

Posted by Ilaria Pasqua on July 27, 2015 at 4:00 AM

                                 "Noi mentiamo. Questo è quello che facciamo"


                                          


Charlotte è una modella di trentacinque anni che sta affrontando un lento declino, un giorno qualcosa dà però una bella sterzata alla fine della sua carriera: un terribile incidente stradale da cui esce viva ma sfigurata, tanto da rendere necessari degli interventi drastici che la faranno diventare irriconoscibile. Sarà costretta così a costruirsi una nuova vita e lo farà in un mondo virtuale che scopre molto più redditizio di qualsiasi realtà.

Nel paesino del Midwest in cui è nata, un’altra Charlotte, ancora adolescente, inizia una relazione con un insegnante di matematica mentre un investigatore privato di New York cerca un certo Z, scomparso senza lasciare traccia.

 

Guardami è composto da tre storie apparentemente parallele che non fanno altro che intrecciarsi e richiamare l’altra, fino a convergere.

La prima Charlotte è una donna fragile e testarda, apparentemente incapace di provare affetto per qualcuno, è una bugiarda patologica, odia la verità perché è troppo tremenda da poter sopportare, e allora perché dirla? Che bene potrebbe mai fare? Così mente, mente a se stessa, mente agli altri. La sua vita di modella è iniziata con una bugia, infatti sin dall’inizio si è strappata di dosso gli anni per non sembrare troppo vecchia ed è stata graziata, è una trentacinquenne giovanile ancora bellissima e in forma. Nonostante nuove modelle e soprattutto nuovi tempi stiano cercando di cacciarla fuori, lei resta tenacemente legata a quel mondo grazie principalmente ai contatti costruiti durante gli anni.

L’incidente la libera e rende prigioniera. Anche se tenta di rimanere aggrappata con le unghie non può ricominciare una carriera che era già finita prima dell’incidente. E allora bisogna reinventarsi. Ma la crisi d’identità morde. Questo infatti è un libro sull’identità. Charlotte ha un nuovo volto, Charlotte ha sempre cercato i veri volti degli altri, quelli dietro la maschera, ciò che lei chiama “personalità ombra”, ma ora involontariamente cerca il suo, dietro un volto che è maschera perché non le appartiene, e in un mondo che corre molto più veloce di lei e che spesso non comprende.


«Come ti sembro?», chiesi.

«In che senso?»

«Guardami», dissi, e lui lo fece. «Se dovessi descrivermi, che cosa diresti?»

Mi diede una lunga occhiata. In corridoio c'era una luce calda, che abbelliva tutto. Mi sorpresi a trattenere il respiro.

«Che sembri stanca», disse lui, e le due metà della sua persona si fusero in un istante di umanità. Non era ciò che avevo sperato, eppure provai sollievo.


L’altra Charlotte è ancora un'adolescente, anche lei ha la sua bella maschera dura e inscalfibile, tutto le sta stretto, e passare attraverso esperienze nuove e più grandi di lei pensa possa aiutarla a schiacciare quella ragazzina inutile, bruttina e insulsa.

Il bello del libro è lo sguardo, le Charlotte spesso parlano come se fossero spettatrici della loro vita, avviene una sorta di distacco che sposta l’asse delle riflessioni dal “chi sono?” al “come sono?” “come mi vedono gli altri?” lo sguardo del mondo esterno è più importante del proprio, per questo le due protagoniste finiscono con l’essere del tutto sopraffatte. Immagine, immagine e solo immagine, non a caso sarà quella l’unica cosa importante, diventerà persino l’unico modo per sopravvivere, vendere la propria immagine vera o falsa che sia, per divertire il prossimo.

Anche il detective è un’anima infelice che ama affogare se stesso nell’alcol e che ha perso la sua identità, di essere umano, di marito e di padre.

 

La storia inizia bene, aggancia e incuriosisce, una modella che ha sempre vissuto della sua immagine in crisi d’identità che deve far fronte alla morte di questa immagine così come la conosce e capire come andare avanti, ma a mio parere a volte subisce dei cali eccessivi. Oltretutto nonostante la comprenda, non sono riuscita a empatizzare con la prima Charlotte che ho trovato davvero odiosa e irritante, in molti punti.


Avevo mentito, naturalmente. Mentivo molto, a ragione: per proteggere la verità. Per salvaguardarla, come se indossassi gemme finte per non farmi rubare quelle vere, o per non sminuirne il valore facendone un uso eccessivo. Conservavo gelosamente le verità che possedevo, perché le informazioni non erano cose. Erano incolori, inodori, prive di forma, e dunque indistruttibili.

Non c'era verso di ritirarle o invalidarle, impossibile arrestarne la proliferazione. Raccontare a qualcuno un segreto era come infilare del plutonio in una busta di plastica da freezer: l'informazione sarebbe inevitabilmente sopravvissuta all'amicizia o all'amore o alla fiducia cui la si era affidata. E a quel punto era come averla svelata.


Il tempo è un bastardo è un libro che ho profondamente amato, che mi è restato dentro, purtroppo non posso dire lo stesso di questo. L’ho letto con interesse, non c’è dubbio, ma stavolta c’è un ma. Gli ho lasciato il tempo di sedimentare ma non l’ha fatto.

Quelle piccole tracce che mi aveva lasciato durante la lettura si sono quasi del tutto estinte. A distanza di settimane non è rimasto molto e mi è dispiaciuto. Jennifer Egan però, e questo è indubbio, sa davvero il fatto suo: la scrittura è sempre magnifica e curata, le caratterizzazioni sono precise anche se in questo caso forse troppo stereotipate, non sentite fino in fondo (alcuni, tipo Moose, poco credibile), il problema è la storia alla base dei suoi personaggi, sembra avere avuto tentennamenti e a volte i personaggi affondano del tutto, come se le vicende descritte non riuscissero a sorreggerli. Questa è stata la mia impressione a freddo. Sprazzi di idee e di storie, pezzi uniti insieme temo con poco entusiasmo, o forse con poca lucidità, poca ispirazione, chi lo sa.

Insomma, è un libro gradevole, ma se non avete letto niente della Egan consiglio Il tempo è un bastardo, e se avete già letto Il tempo è un bastardo ricordate che questo è un libro del tutto diverso. E meno riuscito. Ecco, l’ho detto.




Incipit:

Dopo l'incidente, diventai meno visibile. Non nel senso ovvio che andavo a meno feste e non mi si vedeva più in giro. O almeno non solo. Nel senso che, dopo l'incidente, diventò letteralmente più difficile vedermi.

Nel ricordo, l'incidente ha acquisito una sua aspra e abbagliante bellezza: la luce bianca del sole, un lento e ripetuto volteggio nello spazio, come su una i quelle giostre i cui abitacoli ruotano su una piattaforma rotante a sua volta (da sempre le mie preferite), la sensazione che il mio corpo si muovesse più veloce del veicolo che lo conteneva e in senso opposto. Quindi una luminosa, ramificata incrinatura, io che sfondo il parabrezza e volo all'esterno, insanguinata e terrorizzata e confusa.


 

Categories: - Luglio 2015