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 "Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui 
  la vita era più vita che di qua" 
 Italo Calvino 

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Dio di illusioni (D. Tartt, 1992)

Posted by Ilaria Pasqua on June 29, 2015 at 3:10 AM

   “E ora siamo tutti pronti a lasciare il mondo fenomenico e a entrare nel sublime?”


                                         


Richard, un ragazzo inquieto e squattrinato scappa dalla piccola cittadina della sua infanzia per andare in un elitario college nel Vermont. Tra queste mura si ritroverà vittima (in)cosciente di un gruppo di cinque brillanti ed eccentrici studenti di greco antico, raccolti intorno alla figura di un affascinante professore, Julian, un amante del bello che esercita sugli allievi una seduzione intellettuale fortissima.

Julian li trascinerà in un monto antico, dove l’irrazionale non era bandito, ma una viva e palpitante possibilità:

«[…]bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?»

Superare il reale diventa una sfida pericolosa, un gioco che Henry, Camilla, Francis e Charles abbracciano completamente. E tra alcol, droga, sentimenti di onnipotenza e annebbiamento da classici, si troveranno a compiere azioni violente e depravate.

 

“La morte è la madre della bellezza”


Il punto di vista è tutto di Richard che racconta le vicende a posteriori, quando ormai è un adulto. La sua ricostruzione assume sin da subito sfumature inquietanti. Lui non era altro che un piccolo borghese proveniente dalla California, un infiltrato entrato a far parte di un gruppo già chiuso e formato, distante dall’ordinario perché fuori dall’ordinario.

Il suo primo contatto è con Julian visto sin da subito come una creatura mitica, un mentore, un grande intellettuale, un uomo incompreso che continua a inseguire la bellezza e la grazia in un mondo ormai tutt’altro che puro, elevandola sopra a tutto il resto, anche sopra la realtà. Richard si lascia affascinare da quel gruppo inarrivabile che sembra fuori dal tempo e dallo spazio e si innamora del mondo classico, più grande e mitico di qualsiasi mediocre vita, di qualsiasi invivibile realtà. Un mondo all’apparenza fantastico che svelerà presto le sue crepe.

La storia è un susseguirsi di rivelazioni, con un ritmo da thriller ma l’anima di una tragedia greca, infatti il dio del titolo (riadattato in italiano, in originale infatti il libro si chiama The secret history) è il dio greco Dioniso “Maestro d’illusione”, colui che “rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è”.

Come dice Richard di se stesso, lui è sempre e solo stato “un turista ammirato di quel mondo”, mentre Julian e gli altri ragazzi, soprattutto Henry, ne erano invece degli “abitatori permanenti”.

Nessuno di loro viveva davvero quel presente. Una fissazione li ottenebra: cercare di impadronirsi di quelle forze che si scatenavano durante i baccanali degli antichi greci, nel tentativo di provare a raggiungere quell’estasi irraggiungibile, quel potere incontrollabile, quello stato sublime di liberazione da ogni istinto. Sin dall’inizio lasceranno crescere dentro di loro quest’illusione, quella di potersi staccare dal presente per ricreare un epoca ormai morta e sepolta. Idealisti illusi.

Vittime di questo desiderio, si lasceranno accecare da un delirio, da un desiderio di onnipotenza che degenererà inquinando il gruppo e spingendolo verso un atto di violenza che li perseguiterà in eterno.

 

«E cos’è la bellezza?»

«Terrore.»

«Ben detto!» - esclamò Julian. «La bellezza è raramente dolce o consolatoria. Quasi l'opposto. La vera bellezza è sempre un po’ inquietante.»

[…]«E se bellezza è terrore,» proseguì Julian «cos'è allora il desiderio? Riteniamo di avere molti desideri, ma di fatto ne abbiamo soltanto uno. Qual è?»

«Vivere» rispose Camilla.

«Vivere per sempre» aggiunse Bunny.

 

Henry, Camilla, Charles e Francis sono così ricchi e lontani dalla vita normale da essere diventati insensibili, e non è un caso che Richard e Bunny, gli unici ancora attaccati alla realtà, siano poveri. È la ricchezza, insieme a una profonda noia per la vita da studente, a spingerli a cercare qualcosa d’altro, di oltre, un potente oblio che li porti via di lì, che dia loro una scossa, un’estasi vera e non solo immaginata. Anche questo vuole delineare la Tartt: il conflitto tra denaro e reale, qui alla base delle vicende, e il senso di colpa, prima sfuggente poi crudelmente reale.

 

Un libro sul male, o su tutte le vie del male, e sul suo fascino, osservato dal punto di vista di un personaggio che non sa ancora a cosa credere di ciò che ha visto e vissuto.

 

“Chi erano quelle persone? Quanto le conoscevo? Avrei potuto, al bisogno, fidarmi davvero di loro?”

 

La sua narrazione è soggettiva e fortemente influenzata dall’affetto che prova per i personaggi di cui parla, il costante uso di droghe e i continui inganni in cui si ritrova irretito confondono continuamente le carte e i suoi ricordi. E così ogni sicurezza si rovescia continuamente, la vittima diventa carnefice, il carnefice la vittima. Il lettore è vittima dell’illusione tanto quanto questi personaggi che saltano dall’illusione alla realtà così rapidamente da confondere, e non è in grado di discernere il vero dal falso. Fino alla seconda parte i personaggi cambiano volto a ogni pagina e si cerca di scovare negli spettacolari e misteriosi dialoghi cosa ognuno nasconde. E il bello è che spesso ci si ritrova dalla parte del “mostro”, a desiderare come i personaggi gesti estremi con un’attenzione morbosa e sbagliata, arrivando a pensare perfino "forse tutti i torti non li ha. Il ragionamento non fa una piega".

E cosa rimane poi di loro? Una profonda sofferenza, un distacco dal mondo… “la bellezza è crudele”.

 

“Mi sentii addosso tutta l’amara, irrevocabile realtà della nostra azione, la sua malvagità”

 

Un senso di colpa che non se ne andrà mai e che influenzerà il loro futuro. Ma tra tutti sarà Richard a raggiungere una consapevolezza che riuscirà a salvargli la vita, a tirarlo fuori da quel pozzo nero e senza speranze in cui è piombato.

I personaggi di Dio di illusioni sono così affascinanti da tenere incollati alle pagine. E sin da subito i lettori sono spinti a entrare nello strano gruppo e a cercare di capire, di strappare il velo dell’illusione. Non si può non restare colpiti dall’intelligenza del gelido Henry, attorno a cui tutti gravitano bramosi, lettori compresi, dalla bellezza eterea di Camilla, dalla fragilità di Charles o dal carisma d’altri tempi di Francis. Personaggi brillanti, bizzarri, ambigui... irresistibili.

La scrittura della Tartt è fluida ed evocativa, dai potenti dialoghi e dalle descrizioni suggestive ed enigmatiche. Un libro che vorresti non finisse mai, per non abbandonare quel circolo in cui si è rimasti incastrati personalmente, quei personaggi oscuri di cui vuoi sapere di più, e ancora di più.

Ma questo romanzo che genere è alla fine? Impossibile definirlo, psicologico? Un thriller? Un romanzo di formazione? Tutto questo e molto di più.

E ancora più incredibile: Donna Tartt l’ha scritto ad appena 28 anni, è un libro d’esordio di una maturità formidabile.

In conclusione Dio di illusioni è un romanzo speciale, indimenticabile.

 

"In passato avevo amato quell'idea, che la nostra azione, cioè, fosse servita a unirci: non eravamo amici normali, bensì amici per la vita e la morte. Tale pensiero aveva rappresentato il mio solo conforto nel periodo successivo all'assassinio di Bunny: ora mi dava la nausea il sapere che non c'era via d'uscita. Ero legato a loro, a tutti loro, in modo definitivo."



 

 

Incipit:

Prologo

 

La neve sulle montagne si stava sciogliendo e Bunny era già morto da molte settimane prima che arrivassimo a comprendere la gravità della nostra situazione. Era già morto da dieci giorni quando lo trovarono, sapete. Fu la più grande battuta della storia del Vermont-polizia dello Stato, Fbi, persino un elicottero dell’esercito; il college chiuse, la fabbrica di colori ad Hampden serrò i battenti, la gente veniva dal New Hampshire, dal nord dello Stato di New York, addirittura da Boston.

È difficile credere che il semplice piano di Henry potesse aver funzionato tanto bene, nonostante tali eventi imprevisti. Non avevamo l’intenzione di nascondere il corpo dove non potesse essere trovato: invero non l’avevamo nascosto per nulla, bensì semplicemente lasciato dov’era precipitato, nella speranza che qualche sfortunato viandante vi incespicasse, prima che si accorgessero della sua scomparsa.

 

 

Categories: - Giugno 2015