Ilaria Pasqua - Writer and more...

 "Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui 
  la vita era più vita che di qua" 
 Italo Calvino 

Il mio Blog Post New Entry

Interviste: Paola Casadei

Posted by Ilaria Pasqua on June 14, 2015 at 3:00 AM


     Intervista a Paola Casadei, autrice de "L'elefante è già in valigia"


                                       


Parlaci un po’ di te.

Sono un’italiana all’estero da vent’anni esatti; in origine sono di Forlì, poi mi sono trasferita a Roma, poi in Francia, quindi per dodici anni in Africa (Sudafrica e Mozambico) e ora risiedo da quasi due anni nelle colline attorno a Montpellier. Tanto tempo fa sono stata farmacista e direttore tecnico di un laboratorio omeopatico, ma le occasioni della vita hanno scelto qualcosa di diverso per me, allora suono il pianoforte, do lezioni di musica e scrivo.


Come è nata la passione per la scrittura?

Quella c’è sempre stata, ma a parte i diari segreti mi sono sempre detta che avrei dovuto aspettare di avere davvero qualcosa da dire. Poi devo dire che ho aspettato un po’ troppo, ma ho sentito che avevo qualcosa da dire.


Qual è il tuo genere letterario preferito come lettore e come scrittore?

Mi piace la narrativa in genere. Per anni ho letto solo classici, poi alcune amiche all’estero mi hanno aperto le loro librerie e ho scoperto un mondo nuovo di autori moderni fantastici di varie nazionalità. Per rilassarmi leggo anche polizieschi.


Solitamente ti immedesimi nei tuoi personaggi?

Direi di sì. Provo a discostarmene il più possibile nei racconti, ma il libro racconta esperienze vissute realmente, quindi è stato inevitabile. E poi immedesimarti nei personaggi che descrivi ti rende di certo più credibile. In particolare direi che mi sono immedesimata in Carlotta, la protagonista adolescente de “L’elefante è già in valigia”, più ancora che nella madre.


Come nascono le tue storie?

Per anni mi sono frullate in testa idee mai sviluppate, ho copiato frasi o appunti su fogli, blocchetti e quaderni e le ho lasciate lì, dandovi solo un’occhiata di tanto in tanto. Alcuni soggetti sono ricorrenti e adesso li sviluppo, i pensieri più costruttivi mi vengono quando sono a letto già con la luce spenta, o quando faccio la spesa in un enorme supermercato e osservo le facce della gente.


Com’è nata in particolare l’idea del tuo ultimo lavoro?

L’idea è nata tanto tempo fa, con la vita di tutti i giorni a Pretoria e Maputo: l’esperienza in Africa è stata unica, “straordinaria” non nel comune senso della parola, ma proprio al di fuori dell’ordinario. Vedendo i figli crescere in un continente così diverso dal nostro, osservando le loro classi piene di ragazzini di molte nazionalità diverse e avendo l’obiettivo di rientrare in Europa, ho cominciato a pensare di scrivere una storia che raccontasse una realtà sconosciuta a tanti, dato che in Italia ancora non si sceglie facilmente di lasciare la propria città. Ho cominciato a documentarmi anche su Internet e ho trovato un sito estremamente interessante e di grande aiuto per le espatriate: Expatclic, gestito da signore piene di grinta e umanità; quindi molte informazioni sui “Third Culture Kids”. Volevo davvero scrivere di quell’esperienza, perché l’Africa è complessa, piena di contraddizioni, drammi e meraviglie; per raccontarla ho costruito il personaggio di una ragazza italo-francese, con tutte le difficoltà dell’inserimento nella società italiana, a lei del tutto sconosciuta, e con tanti ricordi e immagini dell’Africa che affiorano inevitabilmente in ogni occasione.


Raccontaci qualche curiosità.

Ho vissuto la mia prima esperienza africana in Senegal, dove ho trascorso un mese seguendo mio marito che per lavoro doveva visitare mercati per un progetto della FAO: uno dei mesi più belli della mia vita! Non eravamo in un bell’hotel, bensì nel centro di accoglienza di un centro di ricerche, gestito da senegalesi: appena vista la stanza sono rimasta senza parole e sarei voluta scappare via, invece mio marito ha detto una frase magica: “Perfetto! Abbiamo anche il bagno in camera.” E da quel momento mi sono innamorata dell’Africa. Facevamo la doccia calda quando era caldo, fredda quando rinfrescava, facevamo colazione mangiando enormi manghi, il personale locale cucinava in una cucina piena di enormi insetti e animaletti vari che non nomino, in un angolo della stanza viveva un enorme ragno e per tutto il mese un grosso geco ha coabitato con noi. Sono stata a cena e ho mangiato la thieboudienne - che descrivo nel libro - nella casa di un personaggio che poi è stato Ministro dell’Agricultura.

Non sapevo che sei anni dopo sarei partita a vivere così a lungo in Sudafrica e in Mozambico, avrei visto mia figlia portata a spasso sulla schiena della maid legata con una coperta, avrei sentito degli spari nel parcheggio di un centro commerciale per un hijacking, avrei rischiato di essere attaccata da un elefante che proteggeva il suo piccolo durante uno dei numerosi safari, avrei visto mio figlio giocare a pallone con le guardie del corpo di un personaggio famoso, rifugiato politico a Pretoria. Ero molto fatalista, non mi spaventavano neanche più le pistole che vedevo appese sul loro fianco e nemmeno tutte le guardie armate di fucili che proteggevano parchi e giardini dove io e le mie amiche portavamo ogni settimana i bambini a giocare.


Hai qualche altro libro in lavorazione?

Sto scrivendo un paio di racconti, ma in questo momento il mio progetto principale è quello di propormi come traduttrice. Ho tradotto un libro dal francese, dopo aver conosciuto la scrittrice e frequentandola a Montpellier, e sto cercando di farlo pubblicare.


Qual è il tuo sogno nel cassetto?

A parte pubblicare ancora? Un lungo viaggio in moto con mio marito, adesso che i figli sono abbastanza grandi.


Cosa significa per te scrivere?

Adesso significa molto: una passione, un progetto, un appiglio alla mia lingua. Dato che ho dovuto parlare per oltre diciott’anni in inglese, francese o portoghese la maggior parte della giornata, temevo di perdere l’uso dell’italiano. Ma non credo che sia successo, e sono felice che i miei figli lo parlino bene pur non avendo mai vissuto in Italia.


La citazione preferita tratta dai tuoi libri?

«Ti vergognerai di parlare anche di me?», chiede Teresa. «Anch’io ho un bel po’ di sangue nero!»

«Anche “Beethoven era per un sedicesimo nero”...» risponde Carlotta, citando in realtà il titolo di un libro del Premio Nobel Nadine Gordimer, letto con la scuola. Ride, poi continua: «Anch’io mi sento sangue nero. Sono venuta ad abitare in Africa quando avevo solo un anno».


Ti andrebbe di dare qualche consiglio agli aspiranti scrittori?

Non so dare consigli. Sto ancora vivendo la sorpresa dei risultati che ottengo giorno dopo giorno da quando ho pubblicato il libro. Mi viene solo qualche banalità, tipo “non è mai troppo tardi” e “perseverate”. Preferisco tacere!



Biografia:

Nata a Forlì in una bella giornata di giugno, dopo il Liceo Classico a Forlì si laurea con 110 e lode (per errore) in Farmacia. Per alcuni anni lavora in farmacia, poi è Direttore Tecnico di un laboratorio omeopatico. Dal ’95 per amore lascia la sua città e vive a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto anni in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove è prof di musica e insegna pianoforte e italiano. Sposata, madre di due adolescenti che parlano quattro lingue, dall’Africa si è portata alcuni souvenir viventi: due gatti sudafricani, Mango e Kruger e un cane mozambicano, Luna.

Da quasi due anni risiede con tutta la sua famiglia a Montpellier. Adora viaggiare, leggere, suonare il piano e cucinare i piatti dei paesi in cui ha vissuto.


Pagina Facebook

Twitter

Segnalazione de "L'elefante è già in valigia"


 

Categories: - Giugno 2015