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Wool (H. Howey, 2011)

Posted by Ilaria Pasqua on February 9, 2015 at 3:05 AM


«Chiama il sindaco» rispose Holston, liberando quel potente sospiro che aveva trattenuto per tre anni. «Dille che voglio uscire dal silo»


                                        


In un futuro post apocalittico l’aria fuori è diventata pericolosa, e gli esseri umani sono costretti a vivere prigionieri in un silo sotterraneo dove vige un sistema di leggi severe che serve a proteggerli e a far sì che il silo sopravviva.

È lo sceriffo Holston a controllare che in questa società la legge venga rispettata, ma un giorno l’uomo rompe il più grande tabù esistente: chiede di uscire. E da lui prenderà vita una lunga catena di eventi che rovescerà l’ordine stabilito.

 

Ho iniziato questo Wool di Hugh Howey senza esagerate aspettative. Avevo voglia di un distopico e questo era in lista con commenti così positivi che non sono riuscita a ignorarlo.

La storia è curiosa, anche se non esageratamente originale, la chiusura in un silo, le regole e tutto il resto, mina vagante compresa, sono le caratteristiche classiche di un distopico (classico) che si rispetti. Ma inusuale certamente lo è.

Inizia bene, con una buona dose di colpi di scena disseminati qua e là che spingono a proseguire, anche se magari non si è troppo convinti, ma nel complesso fino al 20% circa fila molto bene, si legge con piacere, la parte dedicata a Holston soprattutto. È nel centro però che subisce un calo, e d’un tratto la storia diventa dispersiva e noiosa, la seconda parte in particolare, il viaggio di sindaco e vice sceriffo nel ventre del silo, è esplicativa delle loro condizioni ma allo stesso tempo quasi insopportabile. L’autore non è riuscito a mantenere alta la tensione per le quasi 600 pagine, una lunghezza probabilmente eccessiva e debilitante, sono certa che il libro avrebbe guadagnato in scorrevolezza con qualche bel taglio in più.

Il difetto più grande del libro a mio parere è proprio questo: la lunga serie di alti e bassi, le battute d’arresto, gli eccessivi spiegoni e i ridondanti pensieri dei personaggi, che a volte fanno crollare l’attenzione. Stesso discorso per le descrizioni continue, approfondite, e a volte ripetute.

Ma le premesse di base spingono a continuare, si vuole sapere perché, come, e alla fine del libro ci si ritrova con qualche risposta in più e un bagaglio di domande ancora più ingombrante.


La storia infatti non si conclude con il primo libro ma prosegue con altri due, Shift e Dust, insieme formano La Trilogia del Silo. Non è un seguito forzato, mi sento di specificare, perché l’idea ha possibilità infinite e potrebbe essere sviluppata ancora a lungo, volendo. 

Al contrario di molti distopici questo ha un approccio più maturo, anche se non maturo come le premesse, e i primi sviluppi, vorrebbero far credere.

Alcuni personaggi non sono abbastanza caratterizzati, altri agiscono in una maniera che non è in linea con il carattere del personaggio, e ogni volta che è successo ai mie occhi la magia della lettura si è rotta e i personaggi hanno smesso di respirare.

Punto di forza sicuramente l’ambientazione, verosimile e inquietante, che sorregge una trama strutturata bene e divisa in cinque parti. E ancora, non banale, la non netta distinzione tra buoni e cattivi; i dilemmi sono tantissimi e spingono i protagonisti da una parte all’altra della barricata, confondendo i confini. Non c’è un classico: “tutti contro il potere!”, il confine etico è sottile e la storia appare quasi un rompicapo, da questo punto di vista.

Lo stile è molto lineare e questa linearità a volte fa perdere presa, a volte è un linguaggio troppo scarno perché riesca ad emozionare.

Per essere un esordio e oltretutto inizialmente “autopubblicato” tanto di cappello, perlomeno per il suo tentativo di rendere la storia più matura e originale, anche se non sempre ci riesce.

Il finale ovviamente lascia una voglia matta di proseguire e tanto basta. Gli si dà volentieri un’altra chance anche per vedere se correggerà i difetti del primo, se riuscirà a condensare e a ripulire la storia delle parti di troppo.

 



Incipit:
I bambini stavano giocando mentre Holston saliva incontro alla morte. Li udiva urlare e rincorrersi qualche piano sopra di lui come fanno soltanto i bambini felici. Sentendo tutto il loro impaziente fracasso, se la prese comoda, avanzando sulla scala a chiocciola con un'andatura lenta e metodica che risuonava sui gradini metallici.
Gli scalini, come i vecchi stivali di suo padre, mostravano segni di usura: della vernice scrostata rimaneva qualche traccia negli angoli e ai lati, dove nessuno posava i piedi. Passi lontanti sollevavano piccole nuvole di polvere e Holston percepiva le vibrazioni della ringhiera, dove l'acciaio scintillante aveva perso ogni traccia di smalto. Era una cosa che l'aveva sempre sorpreso: come secoli di plami di mani e suole di scarpe potessero logorare il metallo. Una molecola alla volta, immaginò. Ogni vita ne erodeva uno strato, allos tesso modo in cui il silo erodeva quella vita.


Categories: - Febbraio 2015

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