"Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era pił vita che di qua"

Italo Calvino

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Narciso e Boccadoro (H. Hesse, 1930)

Posted by info.ilariapasqua on December 8, 2014 at 3:35 AM

"Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire."


                                        


 

Quando ci si trova davanti a libri del genere ci si fa piccoli piccoli. Parlarne, non parliamo poi di recensirlo, è troppo anche solo da immaginare, ma ho deciso lo stesso di provare.

 

Narciso e Boccadoro sono due ragazzi, due uomini opposti come il giorno e la notte. Il giovane Boccadoro, quando mette piede nel convento dove vive l’altrettanto giovane insegnante Narciso, mostra una vitalità, un mondo interiore che è troppo grande, troppo esteso per poter essere contenuto da quelle quattro mura di pietra, e un animo troppo indomito e curioso, per quella vita che il padre gli ha imposto.

Narciso è invece un uomo spirituale, razionale e distaccato dai piaceri terreni, capace di intuire con estrema precisione l’animo altrui, e resterà subito incuriosito da Boccadoro con cui stringerà una profonda amicizia, ma si renderà subito conto che sarà costretto un giorno o l’altro a separarsene. Nonostante la tristezza che questa idea gli provoca, spinge comunque il giovane a cercare di carpire il gran segreto che nasconde dentro di lui, ad aprire gli occhi su se stesso e scegliere la strada che è davvero giusta per la sua vita. Quando lo farà inizierà un lungo pellegrinaggio per la vita, nella vita, alla scoperta del mondo reale, alla scoperta delle sue inclinazioni.

 

“Qualunque cosa avvenga di te e di me, comunque si svolga la nostra vita, non accadrà mai che, nel momento in cui tu mi chiami seriamente e senti di aver bisogno di me, mi trovi sordo al tuo appello. Mai!”.

 

Questo libro non riesco nemmeno a considerarlo un romanzo, è esistenza all’ennesima potenza, una sua allegoria che prende vita attraverso i gesti di questi due uomini così diversi.

Boccadoro lungo il suo cammino scopre le emozioni, la paura, tutto il mondo dei sentimenti umani, ma comprende anche quanto la sua vita sia solo un momento di passaggio, perché tutto è transitorio e mai immutabile. E noi lettori cresciamo con lui, seguiamo il filo dei suoi pensieri. Invecchiamo.

Nonostante si riesca a percepire il tempo che passa, il tempo che si segna sul viso del giovane Boccadoro, un uomo che durante la lettura mai crederesti possibile che possa invecchiare, la storia avanza quasi in una sorta di limbo, scorre e non scorre, come se le vicende di Boccadoro fossero sospese nel tempo; questa è infatti un’esperienza, un percorso tutto interiore.

Boccadoro e Narciso si separano e si ritrovano dopo molti anni, ma è come se non si fossero mai lasciati, il legame che li teneva uniti è rimasto solido. Ognuno ha pensato all’altro, ognuno ha pregato per l’altro, ognuno ha saputo che si sarebbero rivisti, prima o poi, e che sarebbero stati uguali e diversi. Separati dalla vita, uniti dalla stessa.

Allora l’opposta natura che li separa si manifesta con tutta la sua forza: Boccadoro è pura carnalità, Narciso pura spiritualità, ma proprio ciò che li separa li unisce, ed è come se i due fossero due aspetti antitetici di un unico essere umano.

 

"Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come non si avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra méta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro complemento."

 

Il magnifico finale è la conclusione di un percorso che lascia una profonda commozione e la certezza di trovarsi in mano un libro importante che ci si porterà dietro per il resto della vita.

 



Incipit:

Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de' suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l'altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodí, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino.

 


Categories: - Dicembre 2014

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