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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (P.K. Dick, 1968)

Posted by Ilaria Pasqua on November 21, 2014 at 3:10 AM

“Questa è la condizione della vita: essere costretti a violare la propria identità. Prima o poi, ogni creatura vivente deve farlo. È l’ombra finale, la sconfitta della creazione.”


                                        


Rick Deckard è un cacciatore di taglie, non si occupa però di esseri umani ma di androidi. Il suo compito è infatti quello di “ritirare” quelli che entrano illegalmente sulla Terra, mescolandosi agli esseri umani. Un giorno gli viene assegnato un incarico che è senza precedenti: deve infatti ritirare sei androidi dell’ultimo modello, i Nexus 6. In assoluto i più pericolosi, semplicemente perché distinguerli dagli esseri umani sembra impossibile.


Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Incredibilmente mi mancava, non so, amo talmente Dick da aver cercato di allontanare il più a lungo possibile la lettura di questo libro. Volevo conservarlo… poi non ce l’ho fatta più. Ed eccoci qui.

Inutile ripetere, come gli altri milioni di recensioni esistenti, che questo è il capolavoro di Philip K. Dick, una colonna portante della letteratura di fantascienza, ma non solo, però facciamolo, dai... È il capolavoro di Dick ed è la colonna portante della letteratura di fantascienza, proprio per questo recensirlo penso sia un’impresa quasi disperata. Ma proviamoci.

 

Il mondo in cui vive Deckard, è altamente tossico, coperto costantemente da un velo di polvere radioattiva che ha danneggiato non solo il pianeta, rendendo le città in un certo senso instabili, ormai solo rovine di città, ma gli stessi esseri umani. Esistono infatti, tra i comuni uomini, i cosiddetti “cervelli di gallina”, quelli che sono rimasti debilitati da questa polvere. Moltissimi altri hanno malattie della pelle incurabili e altro ancora. È quindi un mondo diventato ostile, anche se vivibile.

Gli androidi si mescolano alla perfezione, silenziosamente. I Nexus 6 sanno esattamente come interpretare un uomo, spesso dimenticano persino di essere degli androidi, per questo riconoscerli sembra impossibile. Ma Deckard possiede un test, ed è impugnando questo unico strumento che tenterà di svelare i finti esseri umani. Staccar loro le maschere, senza farsi uccidere, sarà però molto più complicato di quanto si immagini. Questa caccia lo porterà a mettere in dubbio la sua stessa esistenza, e i valori che ha sempre condiviso, mentre una specie di Predicatore, chiamato Wilbur Mercer, molto somigliante a Cristo, assorbe e “intrattiene” le menti delle persone che si collegano con lui attraverso la scatola empatica, in una esperienza collettiva difficile da spiegare. Questi uomini cancellano la solitudine attraverso di essa. Possono collegarsi agli altri attraverso uno strumento che tengono in casa, possono soffrire e sorridere insieme a completi sconosciuti e questo sembra rendere la loro vita più piena e più giusta. La scatola empatica è l’unico valore che resta all’umanità, l’unica cosa a cui gli uomini restano attaccati, di cui sono schiavi. Ma non è tutto, possono anche modulare l’umore, affondare in stati d’animo depressi, tanto per autocompatirsi un po’, e uscirne quando desiderano. Questo modificare le proprie emozioni però li rende simili a delle macchine. Sembra quasi che non siano gli androidi a somigliare agli uomini, ma gli uomini agli androidi. È questo ciò che si insinua silenziosamente sotto pelle.

 

Difficile spiegare ed entrare nel merito del sottile meccanismo su cui Dick gioca con la solita abilità. Ciò che mi viene da dire subito di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? È che è un libro sottile, sottile e molto ispirato, completo. Credo che tutto ciò che Dick ha sempre inseguito sia qui dentro.

In un’ambientazione del tutto catastrofica, con macerie di città che continuano a riempirsi di palta (rifiuti), e uomini che sanno di andare incontro alla morte se non emigrano su Marte quanto prima, Deckard è sfiduciato; con una moglie sempre depressa e alla ricerca di un contatto col Predicatore e il resto del genere umani, e un lavoro che lo sfinisce e che gli dà poco da vivere. Deckard sembra avere un solo obiettivo, riuscire a comprare un animale che non sia elettrico. Un’ossessione, per provare di essere ancora vivo. Ma gli animali sono così costosi… e l’unica cosa che ha potuto permettersi è la pecora elettrica del titolo. Un inutile ed ennesimo ammasso di cavi che finge solo di essere viva, come gli androidi. Gli animali elettrici nutrono la facciata ipocrita di questa società decadente: vengono acquistate per far vedere agli altri di avere un vero animale, di essere empatici, quindi umani. L’animale diviene uno status symbol irrinunciabile.

Potrei parlare per ore di ciò che questa parte del libro mi ha suscitato… ma sono sicura che rovinerei la lettura a chi volesse avventurarsi, quindi chiudo la bocca.

Gli androidi, come dicevo, vivono come esseri umani e aspirano a essere tali. Essere considerati esseri umani, o almeno individui, è il loro unico desiderio. E Deckard rappresenta l’unica barriera fra l’uomo e loro, la loro semplice copia. Riuscirebbero nel loro intento se non fossero privi di empatia. I Nexus 6 ci arrivano molto vicini, talmente tanto vicino che possono vivere solo 4 anni, per evitare che i confini tra uomo e macchina si confondano.

Deckard non ha mai sbagliato, ma entrando sempre più in contatto con questi Nexus 6 inizia a spalancare gli occhi su una realtà che è quantomeno confusa. E i confini purtroppo si confondono. Non appena inizierà a provare pietà vedrà il suo mondo crollare in pezzi, senza nessuna possibilità di tornare indietro. E attraverso i suoi occhi l’umanità verrà messa in discussione.

Gli androidi sono troppo umani, e gli umani troppo androidi. E solo il cervello di gallina Isidore tenta di fare delle domande, solo lui sembra provare sentimenti, sembra soffrire di una solitudine incancellabile, è lui l’ultimo pezzo di umanità che ormai si sta perdendo del tutto.

Non voglio gettarmi in interpretazioni filosofiche, ma dire solo ciò che è rimasto a me a fine lettura. Perché Dick va semplicemente vissuto, rielaborato nella mente, e per quanto lo si faccia, non sembra mai abbastanza. Ecco la sua grandezza.

Che amiate la fantascienza o che non l’amiate... leggete questo libro.

 

 

 

Incipit:

Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata nel modulatore d'umore che si trovava vicino al letto, destò Rick Deckard. Sorpreso - lo sorprendeva sempre il trovarsi sveglio senza alcun preavviso - si alzò dal letto con indosso il pigiama multicolore e si stiracchiò. Ora, nell'altro letto, anche Iran, sua moglie, dischiuse gli occhi grigi, tutt'altro che gioviali, sbatté le palpebre, quindi gemette e li richiuse.

"Hai programmato il tuo Penfield a volume troppo basso", le disse. "Te lo alzo e ti sveglierai come si deve e..."

"Giù le mani dai miei programmi". La voce della donna aveva un tono di tagliente amarezza. "Non voglio svegliarmi".

 

Categories: - Novembre 2014