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La maestra dei colori (A. Bender, 2014)

Posted by Ilaria Pasqua on October 17, 2014 at 3:00 AM


“Ti sei persa?”, ha chiesto.

“Oh, no”, ho risposto. “Mi sono assolutamente trovata”.

“Ottimo”, ha detto. Aveva un foglio in mano e continuava a piegarlo e a riaprirlo.

“E lei si è perso?”, gli ho domandato, perché forse aveva l’Alzheimer.

“Qualche volta”, ha risposto.


                                             

 


Avere in mano un libro di Aimee Bender per me è sempre una grande emozione. Perché so ogni volta che mi troverò a leggere un libro speciale, un libro magico… E così è stato con La maestra dei colori.

 

La maestra dei colori è una raccolta divisa in tre parti da cinque racconti, uno meglio dell’altro. Non saprei dire quale abbia preferito, anzi a mio parere ce ne è uno che si stacca dagli altri ed è proprio quello che dà il nome al libro.

Ma le raccolte della Bender sono un arazzo di fili sempre ben intessuti, si potrebbe leggerne uno senza toccare il resto, ma è non appena viene inserito nell’insieme che acquista quella forza prorompente che ho sempre sentito nella sua scrittura, e facendo qualche passo indietro si riesce a vedere il disegno completo. Dietro a ogni raccolta c’è un filo, seppur piccolo, che guida tutti gli altri. Come in ognuno di loro c’è un filo di irrealtà nascosto sotto uno strato di realtà.

Una sua raccolta è come un ruscello che scorre silenzioso tra le rocce e i boschi, girando e girando in luoghi che cambiano, in mondi che sembrano il nostro ma che non lo sono. Bisogna strizzare gli occhi, e forse si riuscirà a capire. Forse all’inizio ci si sentirà tanto soli, ma poi… se riuscirai a trovare quel filo, se lo strapperai dal sottosuolo della realtà, potrai seguirlo, fino alla fine, mentre corre in paesaggi che non hai mai visto.


Continuo a pensare, leggendo Aimee Bender, che lei viva in un posto tutto suo, me la vedo alzarsi, uscire di casa, fare qualche passo con un taccuino in mano e all’improvviso sparire; un passo oltre il confine ed entrare in un mondo che solo lei può vedere. Lì si acquatta e osserva, e riflette, e tira fuori questi racconti così reali e così surreali allo stesso tempo, così magici da far sognare e commuovere, e arrabbiare. E tante altre cose. Ma sempre con estrema grazia, con tocco leggero, così leggero che a volte penso che Aimee sia fatta di cielo, e di nuvole. Che sia oltre tutti noi comuni mortali. Ha un punto di vista così particolare, un occhio che scruta talmente a fondo che avrei dubitato della sua esistenza, se non l’avessi incontrata, ormai due anni fa.

Aimee crea mondi reali e fantastici insieme, mondi dalle infinite sfaccettature, mondi oscuri, mondi di fiaba e allo stesso tempo così reali da far mancare il fiato. Personaggi che siamo noi, soli, ossessionati, tristi, confusi, chiusi nella quotidianità che mostra sempre altre facce, a volte solo granelli che è difficile individuare. E continuo ad avere in mente quel dolce fatto di tenebra che non ha più nessuno da accontentare, ma che deve farlo. Quel bambino che non riesce a leggere le facce degli altri. Le sarte che si occupano di rammendare le strisce delle tigri che le vanno a cercare. E quel vestito color della luna, e del sole, del cielo. Quella magia in cui mi ha fatto immergere durante la lettura, come ogni volta.

Aimee, perché quasi mi sembra un’amica lontana, è la maestra dei colori. La mia maestra, la maestra di tutti quelli che si avventureranno tra le sue pagine.

 



Carrellata di Incipit:

Senzamela: Tanto tempo fa conoscevo una ragazza che non mangiava le mele. Durante le sue passeggiate, faceva deviazioni per evitare filari e frutteti. Non le piaceva neanche guardarle.
Il collare rosso: Tutto cominciò con una fantasia che lui le raccontò una sera che erano a cena con del buon vino all'Oiseau d'Or, un ristorante francese in cui ogni piatto e ogni fondina erano decorati con uccelletti dorati.
Facce: Un insolito giorno della mia infanzia, mia madre è inaspettatamente comparsa a scuola e ha cominciato a farmi domande su me stesso.
Un sabato pomeriggio: Li conosco da almeno tre anni, questi due; eravamo a scuola insieme, e per un certo periodo sono uscita con il biondo, ma non è durata. Non era il momento giusto e tutti e due siamo sati spazzati via dalla piena di un altro incontro.
Il falso nazista: C'era un anziano signore in Germania che pensava di essere un nazista.
Limonata: Me ne stavo al Beverly Center con Sylv e ci mangiavano del cinese a portar via preso da Panda Express e io ho detto che il pollo chow mein sarebbe stato perfetto per dare il nome a una strada: Chow Main Street, no? Cioè tipo Main Street in un quartiere tutto di ristoranti. Capito?
Sgraditi ritorni: Ho conosciuto Arlene al college, nello studentato delle matricole. Non condividevamo una stanza, ma un appartamento d'angolo in un tozzo edificio in mattoni al centro di un piccolo campus nel bel mezzo dell'Ohio.
Lezioni di origine: Abbiamo conosciuto il nuovo insegnante del corso di origine. Era alto, coi baffi. Era la nostra ultima spiaggia.
Il dottore e la rabbina: Il dottore andò a trovare la rabbina. "Mi parli, rabbina, la prego", disse, "di Dio".
Guardiani di parole: Non riesco a ricordarmi le parole delle cose. Le parole per indicare le parole. Ho persole parole. Com'è successo?
La maestra dei colori: Il nostro negozio era costoso, cioè Co-Sto-Sis-Si-Mo, come lo sarebbe qualsiasi negozio cui ci si rivolge esclusivamente per capi di vestiariodel colore degli elementi naturali.
Una variazione: Il giorno del suo quarantunesimo compleanno, la donna perse la facoltàdi dormire più di un'ora. Non sentiva però accumularsi la stanchezza: anzi, quell'ora le faceva l'effetto di otto, e si svegliava riposata.
Americca: Quando siamo tornate dal cinema quella sera, mia sorella è andata i bagno e poi si è rivolta ad alta voce a nostra madre, chiedendole se aveva comprato apposta un altro dentifricio per mandarle un messaggio.
I divoratori: La moglie dell'orco era una brava donna. Non era un'orchessa, ma era bruttissima, se la si giudicava con lo stesso metro degli esseri umani, e aveva sposato l'orco perchè eraforte e prolifico, e insieme avevano fatto sei orchettini.

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