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Il ballo (I. Némirovsky, 1930)

Posted by Ilaria Pasqua on October 3, 2014 at 3:00 AM


«Un ballo... Mio Dio, era mai possibile che lì, a due passi da lei, ci fosse quella cosa splendida, che lei si immaginava vagamente come un insieme confuso di musica sfrenata, di profumi inebrianti, di abiti spettacolari... Di parole d'amore bisbigliate in un salottino appartato, oscuro e fresco come un'alcova... e che quella sera venisse messa a letto, come tutte le sere, alle nove, quasi fosse un bebè... Forse alcuni uomini, sapendo che i Kampf avevano una figlia, avrebbero chiesto di lei [...]»


                                          


Antoinette ha quattordici anni e vive insieme a sua madre, una donna nevrotica e indisponente che non le permette di sbocciare, e insieme a un padre che non ha alcuna voce in capitolo. Questa in pochissime righe la trama de Il ballo, un racconto breve che parla di una madre che prova verso sua figlia un sentimento di invidia profonda e di odio. Sua figlia rappresenta la giovinezza, le possibilità, un passato che non può tornare. La vede come una rivale che può oscurarla, che le può impedire di godersi finalmente la vita, ora che è ricca, e ha una casa come l’ha sempre desiderata. Tutto è arrivato troppo tardi per lei, che ha perso gli anni migliori. Vorrebbe avere ciò che ha in quel momento, ma l’età di sua figlia. Lei sì che è davvero fortunata. E per questo suo essere specchio di qualcosa che non esiste più che diviene oggetto della sua rabbia, è un post-it ambulante. La donna sfoga tutta la sua frustrazione sulla ragazzina che ne è esasperata. E la goccia che fa traboccare il vaso sarà il ballo, un evento che per Antoinette potrebbe segnare il passaggio all’età adulta, ma la madre non vuole che partecipi, vuole relegarla all’infanzia, vuole che resti bambina perché non possa nuocerle. E le intimidazioni, le urla, le critiche servono proprio a questo scopo.


«Ah, credi di fare il tuo "debutto in società" l'anno prossimo? Chi ti ha messo questi grilli per il capo? Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito...»


Ma Antoinette si prenderà la sua vendetta e capirà che alla fine il mondo è suo, e che sua madre non è altri che una povera donna. Questo rappresenterà il passaggio all’età adulta tanto atteso.

Il racconto però non è solo questo, oltre all’odio della figura materna è anche specchio del disprezzo che Irène prova per la classe sociale a cui appartiene, gente ipocrita, ladra, volgare e scroccona che ha saputo, alla fine della guerra, arrampicarsi e sopravvivere. Anche la famiglia di Antoinette è diventata ricca, per caso, per un geniale colpo in Borsa, e allora il passato diventa qualcosa da cancellare a ogni costo, da coprire con strati di ricchezza, con un riscatto che coinvolge anche la figlia che di tutto questo non ne vuole sapere, ma che sarà costretta a fare la sua parte, ad esempio a prendere noiose lezioni lezioni di piano per alimentare le aspirazioni vuote dei genitori.


In poche pagine la Némirovsky ci regala una storia intensa e carica di sentimenti che funziona alla perfezione, come un orologio, concentrata ma per nulla incompleta. Con la sua magnifica scrittura sinuosa e incisiva traccia facce e facciate, rapporti fragili e distorti.




Incipit:

La signora Kampf entrò nello studio richiudendosi dietro la porta in maniera così brusca che tutte le gocce del lampadario di cristallo, mosse dalla corrente d’aria, si misero a suonare un tintinnio puro e leggero di sonaglio. Ma Antoinette non aveva smesso di leggere, tanto china sullo scrittoio da toccare il libro con i capelli. Sua madre si mise a osservarla senza parlare; poi le si piantò davanti a braccia conserte.

 


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