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Maps to the Stars (D. Cronenberg, Usa/Canada/Francia/Germania, 2014)

Posted by Ilaria Pasqua on June 10, 2014 at 4:05 AM


«Sui miei quaderni di scolaro. Sui miei banchi e sugli alberi. Sulla sabbia e sulla neve. Io scrivo il tuo nome. Su tutte le pagine lette. Su tutte le pagine bianche, sasso sangue carta cenere. Io scrivo il tuo nome»

                                                            

                                            


 

La sensazione è sempre la stessa: che recensire un film di Cronenberg nella sua interezza risulti impossibile. E infatti dopo due pagine intere ancora sento di non aver detto tutto. Forse dire tutto è davvero impossibile.

 

Un’attrice di poca fortuna, Havana, interpretata da Julianne Moore, cerca di avere il ruolo che era stato della madre prima che morisse in un incendio tantissimo tempo prima. Ma un giorno nella sua vita entra una ragazza dal volto ustionato, Agatha, interpretata da Mia Wasikowska, che dopo essere stata in una clinica psichiatrica torna in città per cercare redenzione dalla famiglia che ha distrutto e che ha ricominciato a fatica insieme al fratello più giovane, Benjie, bambino prodigio e attore.

Havana e Agatha hanno qualcosa che le unisce: il fuoco.


                 


Il nuovo film di Cronenberg, Maps to the Stars, è in superficie una satira estrema e cinica del mondo di Hollywood popolato da gentaglia che farebbe di tutto per prevalere sugli altri.

Havana in primis è una donna meschina e senza pietà, la scena in cui danza felice perché la sua rivale ha avuto un lutto in famiglia e per questo riavrà il ruolo che aveva perso, è agghiacciante, ma non è l’unica parte del film oltre le righe, anche se questa è davvero la prima che salta alla mente.

Il fratellino di Agatha mostra invece il lato più “teen” di Hollywood, bambocci che si atteggiano ad adulti, tra droghe e alcol, circondati da ragazzine senza morale che danno delle vecchie in menopausa a 22enni e parlano di cose talmente triviali da far spavento, quando non sono costretti a ricoverarsi nelle varie rehab a causa delle loro dipendenze.

In tutto questo la più normale sembra quella considerata la meno normale, Agatha. Agatha, che con quei guanti neri sempre infilati sembra una diva d’altri tempi, cerca di stringere di nuovo un legame con suo fratello, cerca la propria libertà, mentre i genitori la rigettano, spaventati da ciò che potrebbe fare, ma soprattutto dal pericolo che rappresenta per la loro facciata (ri)costruita con tanta fatica. Tutta apparenza, non a caso il primo pensiero dei due sarà: “cosa diranno gli altri?”


Ma Maps to the Stars non è solo questo, è anche un film di fantasmi. Sono ossessionati tutti dai fantasmi del passato che trovano rifugio in menti instabili. Havana non riesce a liberarsi di quello di sua madre, riflesso di se stessa e delle proprie insicurezze. L’ex bambino prodigio e sua sorella da quelli creati dai propri genitori, falsi manipolatori della realtà. Tutti i protagonisti sono legati al passato in una maniera perversa, tutti hanno dei giganteschi scheletri da nascondere nell’armadio. Tutti sono personaggi ripugnanti che infestano lo schermo e che diventano sempre più meschini e volgari, disturbanti, in una Hollywood vuota che genera solo altro vuoto, la morte della personalità. I loro confini si fanno sempre più labili, mentre la storia evolve verso l’inevitabile finale, sorprendente quanto atteso. Tra questi sembra salvarsi solo l’autista Jerome, interpretato da Robert Pattinson, che ancora gravita troppo fuori da Hollywood per venirne fino in fondo contagiato.


                 


 

Cronenberg c’è ma ha di nuovo cambiato pelle, è un Cronenberg inedito, anche se non del tutto, un regista, un’artista che come al solito ama il rischio, spingersi sempre oltre restando sempre estremamente riconoscibile. Dalla critica del capitalismo folle di Cosmopolis è passato a quello di un mondo che gli è molto più vicino. Viene quasi da considerare gli ultimi due film come parte di un’ipotetica trilogia, la “trilogia della Limousine” la chiamano già in molti, anzi “limo trilogy”. Anche se a dire il vero già vedrei la trilogia completa, come non inserire infatti A Dangerous Method? Nel suo nuovo modo di far cinema al centro c’è la mente e la psicoanalisi, e i richiami a questo film in particolare sono evidenti, anche qui infatti c’è uno psicoanalista, il padre di Agatha, interpretato da John Cusack.


               


Alla fine però da A Dangerous Method in poi la completezza del corpo e l’influenza della mente sulla carne sembra avere per lui sempre meno interesse. In questo film appare più interessato a come una mente malata, insana, disturbata, possa distruggere la carne. Dalla mutilazione della carne a quella della mente. E questo è sempre Cronenberg. Si è spostato lentamente sulla percezione, sull’interpretazione distorta che i personaggi possono avere di ciò che li circonda, sulle azioni a cui costringono il corpo. I personaggi sono immersi nel male, in un mondo senza punti di riferimento, in una Hollywood che è un immenso castello di menzogne. E Agatha sarà l’elemento disturbante, quello che il castello di menzogne può farlo davvero crollare, almeno quello personale messo in piedi dai suoi genitori, da quella famiglia che sembra rappresentare in piccolo tutto lo star system, dalla distorta Havana, e da suo fratello, ossessionato da fantasmi di bambini morti, lui che alla fine un bambino non lo è mai stato.


La sensazione che Hollywood sia semplicemente un pretesto è forte, in ogni fotogramma. La trama è solo un fantasma ingannevole. Hollywood è un universo tutto chiuso in se stesso dove ogni cosa si ripete, dove per la fama si sacrifica qualunque cosa, dove si vive dei propri vizi, dove gli attori si nutrono della propria autodistruzione e di quella degli altri fino a venirne schiacciati, dove si rimuove continuamente tutto ciò che è alla base di un’identità. Ma il rimosso genera fantasmi. Hollywood alla fin fine sembra archetipo della nostra società. Il giusto teatro per esprimere questi concetti estremi. E i personaggi sono allo stesso modo l'esatto specchio estremizzato e distorto di queste ossessioni.

Si replicano identità senza identità, identità che sono remake di altre, identità fasulle che vanno incontro solo al vuoto, identità che sono riempite solo di male e di ipocrisia, di crudeltà, dove ciò che conta è solo l’apparenza, la faccia che si mostra, la maschera assunta. E dentro a questo vuoto c’è il nulla, e l’unica salvezza sembra allontanarsi dalla mappa delle stelle, ossessione mortifera che un’identità propria non ce l’ha, l’unica salvezza senza identità è una sola, e Agatha riuscirà a trovarla.


           


I contenuti di Croneberg alla fine sono sempre gli stessi, tutti i film sono collegati l’uno all’altro, è la forma che questi contenuti assumono a cambiare continuamente, è quella che spiazza e che ha spiazzato chi ha visto questo Maps to the Stars, che all’apparenza sembra tutto tranne un film di Cronenberg. Ma basta dissezionarlo e ci troveremo di nuovo davanti a un piccolo mondo fatto di menti ingannevoli e di abissi profondi. È un film stratificato, enigmatico, ed è difficile cogliere dopo una sola visione tutto ciò che in realtà c’è dentro.

Questo Cronenberg nuovo millennio mi piace, nonostante sia molto diverso da quel Cronenberg che conosciamo sin troppo bene. Ci sono ossessioni vecchie che assumono forme nuove, come Maps to the stars che non ha un genere preciso, è commedia nera e grottesca? Horror? Thriller? Nuovi drammi, nuove facce, ma l’uomo, il corpo umano con le sue mut(il)azioni in un modo o nell’altro ne è sempre al centro.


In conclusione Maps to the Stars è sicuramente magnetico, forse troppo carico di concetti e di immagini per risultare davvero funzionante fino in fondo, con un intreccio che forse a volte sembra debole, ma alla fine, in un film denso come questo, poco importa.

 




Trailer italiano:


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Trailer originale:


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Categories: - Giugno 2014