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Il Signore delle Mosche (W. Golding, 1954)

Posted by Ilaria Pasqua on March 29, 2014 at 9:00 AM


Il biondo si diresse verso l’acqua con l’aria più indifferente che poteva. Cercava di tenere le distanze, ma senza mostrarsi del tutto privo d’interesse. Il grasso si affrettò a tenergli dietro. «Di grandi non ce n’è neanche uno?» «Credo di no.» Il biondo disse queste parole con solennità, ma poi fu sopraffatto dalla gioia di un’ambizione realizzata. Fece una capriola in mezzo al solco, e una smorfia al ragazzo grasso. «Neanche un grande!»


                                       


Un gruppo di ragazzini inglesi di dodici anni circa e di ceto sociale alto, sono gli unici sopravvissuti a un disastro aereo. Da soli su un’isola deserta i ragazzi tentano di organizzarsi per poter sopravvivere cercando di imitare le regole del mondo degli adulti, senza riuscirci. Contrasti, conflitti e confusione trasformeranno un luogo idilliaco in un vero e proprio inferno dove la paura sfocerà nella violenza più crudele. I ragazzini diventeranno piccoli selvaggi senza regole.

 

Il Signore delle Mosche è un classico assoluto della letteratura mondiale, più volte imitato, più volte trasposto in riusciti e non riusciti adattamenti cinematografici nel corso del tempo. L’evoluzione dei comportamenti di questi ragazzi, l’abbandono graduale di un modello di società funzionante, le sue conseguenze, sono il cuore della storia.

Il gruppo inizialmente coeso, organizzato intorno a un capo, Ralph, e ad abitudini necessarie alla sopravvivenza viene meno, tutto crolla, i ragazzini si perdono dietro a giochi e divertimento, e assistiamo alla loro trasformazione in selvaggi. Jack e i suoi guerrieri-coristi fanno ghiacciare il sangue nelle vene, i comportamenti adottati, l’evoluzione della storia crea un profondo disagio nel lettore.

L’organizzazione di Ralph, che simboleggia un ideale di democrazia che opera per un bene comune, non riesce a restare in piedi, schiacciata dal predominio di un altro ragazzino, Jack che formerà un clan indipendente in totale contrasto con quello di Ralph.

Il gruppo si separa perciò in due: chi cerca di essere razionale e mantenere un controllo e chi si lascia definitivamente andare, arrivando quasi a perdere la testa, diventando prigionieri di questo gioco che non sono più in grado di fermare, quello che succede a Jack, completamente accecato. 

Emergono lentamente paure irrazionali, l’isola da benevola si trasforma in un territorio ostile abitato da una bestia dalla quale bisogna stare lontani, rinunciando anche alle regole auto imposte, come se le regole da accettare fossero solo quelle della bestia, quelle dell’isola (il Demonio che terrorizza l’uomo, secondo lo scrittore). C’è qualcosa anche nel telefilm Lost di questa storia, il potere della natura e di forze che non si possono comprendere, ma è nelle mani dell'uomo alla fine il proprio destino. Sono i ragazzi a trasformare l'isola da paradiso a terribile inferno in una escalation di violenza che non sembra vedere una fine.


"L'uomo produce il male come le api producono il miele".


C'è una visione terribilmente pessimistica della natura umana, bambini che dovrebbero essere innocenti si trasformano per loro volontà in animali selvatici pieni di odio, un odio che ci si aspetta solo dagli adulti. La testa di maiale infilzata, il Signore delle Mosche, diviene il simbolo della decadenza, la personificazione del male che si insinua nel cuore dei ragazzi completamente persi, del tutto abbandonati al male che hanno richiamato e fatto proprio.


Il Signore delle Mosche è un libro molto potente e il fatto che abbia come protagonisti un gruppo di ragazzi rende questa storia ancora più estrema, più dirompente e distruttiva. Senza nessuna speranza.




Curiosità:


Il libro ha avuto due adattamenti.

- Il Signore delle Mosche (P. Brook, 1963)

- Il Signore delle Mosche (H. Hook, 1990)




Incipit:

Il ragazzo dai capelli biondi si calò giù per l'ultimo tratto di roccia e cominciò a farsi strada lungo la laguna. Benché si fosse tolto la maglia della scuola, che ora gli penzolava da una mano, la camicia grigia gli stava appiccicata addosso, e i capelli gli erano come incollati sulla fronte. Tutt'intorno a lui il lungo solco scavato nella giungla era un bagno a vapore. Procedeva a fatica tra le piante rampicanti e i tronchi spezzati, quando un uccello, una visione di rosso e di giallo, gli saettò davanti con un grido da strega; e un altro grido gli fece eco:

«Ohè! Aspetta un po'!» diceva una voce «mi sono impigliato.»

Qualcosa scuoteva il sottobosco da una parte del solco, e cadde crepitando una pioggia di gocce. Il ragazzo biondo si fermò e si tirò su le calze con un gesto meccanico: per un momento la giungla prese un’aria di provincia inglese.

La voce parlò di nuovo:

«Non posso quasi muovermi, con tutti questi rampicanti.»

Chi parlava uscì dal sottobosco camminando all’indietro tra i rametti che gli graffiavano la giacca a vento sporca di grasso. Aveva le ginocchia nude grassocce, graffiate dalle spine. Si chinò, tolse le spine con cura e si voltò. Era più piccolo del ragazzo biondo, e molto grasso. Venne avanti, studiando attentamente dove mettere i piedi, e guardò in su. Aveva dei grossi occhiali.

«Dov’è l’uomo col megafono?»

Il ragazzo biondo scosse la testa.

«Questa è un’isola. Almeno, credo che sia un’isola. Quella là nel mare è una scogliera. Forse di grandi non ce n’è in nessun posto.»

Il ragazzo grasso sembrò scosso.

«C’era quel pilota. Ma non era coi passeggeri, era su nella cabina davanti.»

Il biondo guardava la scogliera strizzando gli occhi.

«Tutti quegli altri bambini,» continuò il grasso «qualcuno dev’essere venuto fuori. Qualcuno sì, non è vero?»

Il biondo si diresse verso l’acqua con l’aria più indifferente che poteva. Cercava di tenere le distanze, ma senza mostrarsi del tutto privo d’interesse. Il grasso si affrettò a tenergli dietro.

«Di grandi non ce n’è neanche uno?»

«Credo di no.»

Il biondo disse queste parole con solennità, ma poi fu sopraffatto dalla gioia di un’ambizione realizzata. Fece una capriola in mezzo al solco, e una smorfia al ragazzo grasso.

«Neanche un grande!»



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