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Captain Phillips - Attacco in mare aperto (P. Greengrass, Usa, 2013)

Posted by Ilaria Pasqua on March 2, 2014 at 4:30 AM

             ”Mi sono spinto troppo oltre Irish, non posso tornare indietro ora”

                                    


Nel 2009 il capitano Richard Phillips lascia la sua famiglia per guidare una nave container degli Stati Uniti. Ma mentre sono in viaggio vengono attaccati da quattro pirati somali che riescono a salire a bordo. Il piano non andrà però come ci si aspetta, grazie al sangue freddo di tutto l'equilpaggio, e i quattro saranno costretti a fuggire portando con loro il capitano, in cerca di un riscatto.

Tratto da una storia vera, questo film funziona molto bene, nonostante alcuni momenti in cui la narrazione rallenta, il ritmo resta serrato e la tensione alta per tutto lo svolgimento delle vicende. Quello che doveva essere una semplice imboscata, si trasforma in qualcosa di molto più complicato. Phillips dovrà ricorrere all'astuzia per poter riuscire a tornare a casa, ma sembra anche sapere bene che corde toccare.

Ciò che ho molto apprezzato di Captain Phillips è il testa a testa tra i due capitani, il capitan Phillips, un intenso ma minimalista Tom Hanks, ribattezzato dai somali "Irish", e il somalo Muse, interpretato invece da Barkhad Abdi. Il rapporto che si instaura è fatto di opposti e trovo che regga in piedi il film e gli dia quello spessore che si spera sempre di vedere. Un crescendo che attraversa la rabbia, il controllo, la paura e infine l'impotenza.
Il secondo capitano è spinto ad andare avanti per realizzare il suo sogno di avere i soldi per partire una volta per tutte, vuole andare proprio negli Stati Uniti, alla ricerca di una vita migliore. In fondo questi ragazzi somali sembrano vittime di un'altro padrone a cui devono rispondere. Non possono tornare a mani vuote. E questo li spinge al rapimento. È attraverso i loro occhi che si vive il profondo disagio di questa storia che dice davvero molto, anche se lo nasconde bene, dei conflitti fra nazioni potenti e povere. Conflitti economici, culturali e sociali.


"Deve esserci un altro modo per vivere, che pescare e rapire gente".
"Forse in America, irish, forse in America".

                


La regia predilige i primi piani alternati a movimenti frenetici, soprattutto nella seconda parte del film, quando è più necessario. È questo un gran pregio perchè fa apparire il film molto verosimile. Parte eccellente è infatti tutta quella girata nello spazio ridottissimo della minuscola scialuppa di salvataggio.
La tensione è creata sicuramente dall'opposizione tra i quattro somali e gli americani che schiereranno la Marina e i Navy Seals, ribaltando del tutto la situazione: i quattro sembrano spacciati e quella missione cambia di prospettiva, appare più una missione suicida, una situazione in cui si sono andati a infilare con ingenuità, stupidità, forse solo perché non si poteva ormai tornare indietro. E questo risvolto della vicenda mette molta apprensione, osservare quella scialuppa microscopica in balia delle onde e delle navi americane che la sovrastano senza pietà, riesce a metterci nei panni di quei quattro ragazzi. Ci si chiede: e ora cosa faranno? Come se ne tireranno fuori? 

Ciò che va un po' meno forse è la parte iniziale, molto lenta, ma importante perché punta a contestualizzare bene le vicende, e lo fa con grande attenzione. Punto di forza decisamente la capacità del regista di mantenere alta la tensione in quei pochi spazi utilizzati, l'ambientazione infatti è ridottissima, e la scelta di una regia che segua i movimenti e le azioni con cura. Quando sono sulla scialuppa, noi siamo sulla scialuppa, ed è quasi da sentirsi male, gli spazi ci si stringono intorno costringendoci a trattenere quasi il respiro. Infine la bravura di questo "esordiente", Barkhad Abdi è intensissimo, uno sguardo che ti mette a nudo.

In conclusione un film diretto, secco, senza alcun abellimento. Essenziale eppure molto potente.






Trailer italiano:


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Trailer originale:


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Categories: - Marzo 2014