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A proposito di Davis (J./E. Coen, Usa, 2013)

Posted by Ilaria Pasqua on February 9, 2014 at 5:45 AM


"Se una cosa non è mai nuova e non diventa mai vecchia, allora è una ballata folk."


                                            


È l’inizio degli anni ’60, il periodo musicale che ha preparato il terreno all’avvento di Bob Dylan.

Llewyn Davis è uno dei tanti giovani che ha tentato, senza fortuna. Uno di quei tanti giovani che cantavano folk nei locali fumosi di New York, prima del grande boom, alla ricerca di una strada per sfondare, una strada diversa da quella dei propri genitori. Vive di piccoli ingaggi e dell'ospitalità della gente del Greenwich Village, che gli permette di dormire sul divano, gente con cui ha un rapporto conflittuale, più di odio che di amore, ma Llewyn sembra odiare tutti. E d'altronde nessuno sembra amare lui. 

 

Llewyn Davis è un uomo dall’anima malinconica, ha perso il suo partner e cerca in ogni modo di vivere della sua musica, senza arrendersi. Vive di espedienti, senza soldi, senza vestiti, senza casa, quasi un vagabondo che con sé non ha altro che la sua chitarra e tanta voglia di fare, o almeno di provarci, ma le cose non vanno, forse perché lui è un musicista puro e testardo, si rifiuta di scendere a compromessi come ha fatto il suo amico Jim, interpretato da Justin Timberlake. O forse perché è perseguitato da una sorta di sfortuna che in qualche modo sembra andarsi a cercare. Con quel suo sguardo carico di amarezza e di malinconia, il carattere brusco ma una consapevole bravura, non riesce a fare il grande salto perché ha un rapporto conflittuale con il successo, e con tutte le persone che ci girano intorno. Ha un rapporto conflittuale persino con se stesso, votato com'è all’autodistruzione. 


"Tu non vuoi andare da nessuna parte", gli dirà Jean, "perciò le solite cazzate continueranno a capitarti perché tu vuoi così"


                 


È una delusione dopo l’altra, un continuo viaggio fallimentare, come se insistesse nel girare a vuoto, rinunciando a cogliere l’attimo, senza aspettarsi davvero di farcela, senza aspettarsi niente, quasi quasi tentato dalla via di fuga estrema presa dal suo più caro amico. E l’immagine di lui con la giacchetta di velluto in pieno inverno, quel gatto senza nome in braccio e l’aria ancora più da perdente, da combattente sconfitto, rimane fissa in mente, quasi come un promemoria. Non si dimentica.

Come è difficile dimenticare la scena più intensa del film, quella in cui Davis canterà una ballata struggente che ci emozionerà tutti di fronte a un produttore che poi sentenzierà freddamente: con questa roba non si fanno soldi.

Con la loro solita ironia imbevuta di cinismo i fratelli Coen ci spiattellano in faccia la verità su come va l’arte, e soprattutto su come va l’industria, quel mondo che sembra quasi astratto, mosso solo dal denaro e da ciò che può produrne.


Il protagonista è interpretato da Oscar Isaac, un attore teatrale al suo primo ruolo importante al cinema, molto bravo, colpisce nel segno il suo sguardo sofferto e quell’aria un po’ rude, abbattuta, dimessa, assente. Oltre a lui il film è ricco di personaggi di contorno molto efficaci, come quelli interpretati da John Goodman e Carey Mulligan che lasciano in un certo senso Davis disarmato, senza parole, personaggi del mondo musicale con cui non riesce a trovare punti di contatto. 

Ho trovato poi in particolare magnifica la fotografia, e infatti non a caso c’è stata una candidatura all’Oscar, la seconda, oltre al sonoro.


                         


Se devo trovare un difetto forse è l’assenza di ritmo, ma ha un senso perché va adattandosi alla passività del protagonista, ai suoi fallimenti, al suo vagare spento, all’inerzia sconsolata. Personalmente l’ho seguito senza mai annoiarmi, anche grazie forse alla limitata lunghezza che in questi casi giova molto.

Si accumula frustrazione durante la visione, fino a un finale che non ha assolutamente niente di consolatorio. Quando ci si aspetta lo scatto narrativo ci si accorge che viene chiuso semplicemente un cerchio. È un'odissea che non va da nessuna parte.

Si esce dalla sala con un blocco di cemento sullo stomaco ma con le note della musica folk nella mente.


A proposito di Davis è in conclusione una celebrazione della musica, una celebrazione del cinema. Una ballata folk circolare che si morde la coda.

Poetico, struggente, distruttivo, profondamente malinconico. I fratelli Coen sono finalmente tornati.





Trailer italiano:

 


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Trailer originale:

 


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Curiosità: i fratelli Coen si ispirano a un personaggio realmente esistito, il musicista Dave Van Ronk.

L'enigma del gatto. Ci sono tante opinioni su cosa rappresenti quel gatto (il viaggio, le occasioni, il destino?). Per me è la speranza di Davis, compagna stanca che vuole solo fuggire. Gli scappa continuamente dalle mani, riesce a prenderla quando si riaccende o quando si getta in avanti con decisione per non lasciarla andare, la cura e la porta con sè, poi però di fronte ai nuovi tentativi, preparato già al peggio, la lascia andare, e la riprende di nuovo. È senza nome all'inizio. Muore e ritorna. Nonostante tutto.



Categories: - Febbraio 2014