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 "Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui 
  la vita era più vita che di qua" 
 Italo Calvino 

Il mio Blog Post New Entry

La Strada (C. McCarthy, 2006)

Posted by Ilaria Pasqua on November 13, 2013 at 4:00 AM


 

"Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato."


                              



La strada è uno dei maggiori successi di Cormac McCarthy, e uno di quei libri che si legge e non si riesce più a dimenticare.


La trama è quanto di più semplice possa esserci: padre e figlio viaggiano sulle strade desolate e crudeli di un mondo incenerito, cercando di sopravvivere come meglio possono.

Questo padre e questo figlio non hanno nome, d’altronde in un disastro come questo, in cui la civiltà è scomparsa, che senso ha tenerlo con sè? L’uomo si preoccupa del bambino e cerca di non fargli mancare niente, di impedire che la scintilla della sua speranza si spenga, ma ha spesso dei momenti di sconforto talmente forti da desiderare di lasciarsi quasi andare, che senso ha vivere? Per andare incontro a cosa?


In quei primi anni le strade erano affollate di profughi imbacuccati dalla testa ai piedi. Protetti da maschere e occhialoni, seduti fra gli stracci sul bordo della strada come aviatori in rovina. Carriole piene di cianfrusaglie. Carri e carretti al seguito. Gli occhi spiritati in mezzo al cranio. Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L'ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria. Spegne la luce e scompare. Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l'assenza di qualsiasi tempo.


L’uomo ha sempre meno speranze e in più la sua malattia sta peggiorando, così si aggiunge l’angoscia del pensiero di dover lasciare suo figlio, così magro e bisognoso di lui, da solo, dopo che la moglie ha scelto sin da subito di non voler restare. Ma è in realtà il bambino a essere il suo supporto, la sua luce, perché fonte di un’incrollabile bene per il mondo, non riesce infatti a vedere il male che li circonda, pur trovandosi in situazioni limite. Per lui ci sono buoni e cattivi, loro fanno parte dei buoni e per questo devono proseguire, perché hanno una missione: portare il fuoco.


Non puoi. Devi portare il fuoco.

Non so come si fa.

Sì che lo sai.

È vero? Il fuoco intendo.

Sì che è vero.

E dove sta? Io non lo so dove sta.

Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.


Il padre cerca di preservare questa immensa fiducia che suo figlio ha verso la vita, nonostante il mondo non faccia altro che mettergli i bastoni tra le ruote, e la violenza e la crudeltà siano all’ordine del giorno, senza riuscirci sempre come vorrebbe. Sono gli occhi del bambino a guidarlo quando si ritrova al buio, e gli occhi del bambino ha rappresentare la speranza di una rinascita e a salvare la sua anima.


Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.


Questo libro mi è piaciuto davvero tantissimo, avevo delle aspettative molto alte che sono state per fortuna soddisfatte. La scrittura è raffinata nonostante sia molto esile, fatta di frasi brevi e fulminanti, le descrizioni sono magnifiche e ben definite, e le situazioni credibili, i dialoghi sono brevissimi, fatti di botta e risposta. La storia procede al presente, rendendo conto dei sentimenti del padre mentre osserva il mondo e suo figlio.

Il libro si regge tutto su loro due e sul loro peregrinare stanco, ma al contrario la lettura non mostra mai segni di cedimento, procede, infatti, spedita, grazie anche ai brevi capoversi, mai più di una pagina, e non si riesce a smettere, curiosi di sapere se riusciranno a raggiungere l’obiettivo e che cosa incontreranno lungo il cammino. Quanto gli costerà proseguire, e quanto raggiungere un’accettazione su ciò che è accaduto e su quello che sarà la loro vita d’ora in avanti. Perché è questa la cosa più tremenda: essere consapevoli che il mondo è stato spazzato via, che tutto quello che conoscono non esiste più. Non ci sono più punti di riferimento, davanti solo il buio. Esistono solo loro, piccoli e miseri esseri umani costretti ad andare avanti spinti da una fede che deve essere incrollabile, seguendo una speranza verso un futuro indefinibile e forse impossibile.

Non ha importanza nemmeno cosa ha causato la rovina del mondo, è semplicemente bruciato, e ciò che ne è rimasto è solo un mare di cenere e tanta disperazione.


Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull'asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro.


Le scene di violenza sono molte e potrebbero disturbare i più, forse l’unica critica che posso muovere al libro è la forzatura di alcune di esse, una in particolare: quella della cantina, e non aggiungo altro per evitare spoiler. Per il resto, la spirale di violenza e devastazione ha un senso totale e compiuto, e non si può restare indifferenti di fronte a una storia che scuote le fondamenta della nostra esistenza. Né si può riuscire a ignorare l'immensa bravura di questo scrittore che con La strada ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007, e il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2006.

In conclusione, un libro che si inserisce appieno nel filone “post-apocalittico”, accanto a capolavori come Cecità, Il condominio, o Io sono leggenda, tanto per citarne alcuni. 

Un libro agghiacciante, crudele, asfissiante e decisamente da non lasciarsi sfuggire.



Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.





Adattamenti cinematografici: sì (The Road, Usa, 2009)





Incipit:

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava ad ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l'acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell'acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all'altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell'oscurità.



Categories: - Novembre 2013