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L'inconfondibile tristezza della torta al limone (A. Bender, 2011)

Posted by info.ilariapasqua on October 7, 2013 at 3:30 AM


"Quindi ogni cibo ha un sentimento, riassunse George quando provai a spiegargli del rancore acido nella gelatina di uva. Mi sa di sì, dissi. Un sacco di sentimenti, precisai."

                                  


Rose, alla vigilia dei suoi nove anni, scopre di avere una strana capacità: quella di percepire dal cibo che assapora gli stati d’animo, le emozioni di chi l’ha preparato. Ma ce lo racconta quando ormai è una adolescente ed è riuscita a discernere l'immaginazione dalla realtà.

Ciò che più la segna è il sapore della torta al limone che cucina sua madre: sa di insoddisfazione, di tristezza, di bugie, angoscia e disperazione. Ma è anche davvero difficile riuscire a trovare cibo che non sia segnato in negativo.

La sua unica ancora di salvezza è il distributore automatico, dispensatore di cibo industriale che sa solo delle strutture che l’hanno prodotto.

Intorno a lei, oltre a sua madre, c’è suo fratello Joseph, un ragazzo intelligente che si rifugia nei mobili per scappare dalla realtà. Si rifugia letteralmente, la prima volta che Rose percepisce la stranezza di suo fratello, che ci sia qualcosa di sbagliato in lui, è quando lo vede con le gambe di una sedia infilate nei pantaloni. E le sparizioni, la bizzarria aumentano di continuo, tanto che Rose non riesce a stargli dietro.

I due fratelli sono lasciati da soli ad affrontare il loro disagio. La piccola Rose è spaesata da questo strano dono che per lei è una malattia, e ha il terrore del cibo. Il fratello è chiuso a chiave dentro se stesso.

Il padre, anche lui solo, è quasi una persona assente a se stessa. E la madre è altrettanto sola, con la sua lunga sfilza di hobby con cui tenta di dare un senso alla sua esistenza, di riempire il perenne disagio.

Ed è così, attraverso questi piccoli bocconi, che Rose scoprirà il mondo intorno a sé, la sua famiglia imperfetta, che si mantiene salda senza parlare, chiusa com’è nei propri silenzi.

 


«A dirla tutta: il pezzetto che avevo mangiato era squisito. Leggerezza dell’impasto al limone cotto al forno, avviluppato da freschi riccioli di zucchero scuro scuro.

Ma il giorno fuori andava rabbuiandosi, e mentre finivo quel primo assaggio, mentre quella prima impressione svaniva, mi sentii dentro un’impercettibile mutamento, una reazione inaspettata. Come se un sensore, fino ad allora sepolto in profondità dentro di me, allargasse il suo raggio d’azione e cominciasse a scrutare tutt’attorno, allertando la mia bocca a qualcosa di nuovo. Perché la bontà degli ingredienti – la cioccolata sopraffina, i limoni freschissimi – sembrava una coltre sopra qualcosa di più grande e di più oscuro, e il sapore di quello che c’era sotto cominciava ad affiorare nel boccone. Certo, riuscivo ad assaporare la cioccolata, ma a folate e di traccia in traccia, in un dispiegarsi o in un aprirsi, sembrava che la mia bocca si stesse anche riempiendo con il sapore della piccolezza, la sensazione del rattrappirsi, dell’inquietudine, assaporando una distanza che non so come sapevo collegata a mia madre, come se sentissi un sapore pregno dei suoi pensieri, una spirale, come se quasi potessi provare il sapore della tensione della sua mascella che le aveva provocato il mal di testa, il che significava che aveva dovuto prendere un certo numero di aspirine, una riga punteggiata di aspirine messe in fila sul comodino, come puntini di sospensione dopo la sua frase: vado a buttarmi sul letto per un po’…»


 

La prima parte, a mio parere, è molto riuscita, la satira feroce della famiglia americana borghese attraverso l’idea di questa bambina dal dono particolare, attraverso questo elemento magico, è interessante.

Nella seconda parte la Bender perde volontariamente i fili della realtà, sfociando in un surrealismo forse difficile da seguire per i profani. Anche se a mio parere sempre apprezzabile per il suo gran fascino.

Io trovo Aimee Bender una profonda indagatrice dell’animo umano, ha una sensibilità e una capacità di comunicare con il lettore incredibili, e lo fa spesso con il solo silenzio. È tutto tra le righe, i messaggi arrivano nascosti dietro le parole, senza piombare addosso, e questo è il tratto principale de L'inconfondibile tristezza della torta al limone, scivola nella mente imprimendo sensazioni, pensieri, senza sbatterti nulla in faccia che tu non voglia vedere. Delicatamente eppure con forza.

In questo libro, in particolare, lo stile è diverso dal solito, i trattini che indicano i dialoghi, infatti, sono del tutto assenti, oppure incorporati nel testo. È come se fosse un monologo in cui le parole di tutti appartengono all’unica narratrice, Rose. Ma non temete, alla cosa ci si abitua facilmente, non è fastidioso né disturba la lettura. L’espediente è riuscito, perché ancora più le parole sembrano emergere direttamente dentro di noi, come se venissero sussurrate alla nostra mente.

 

Sono sempre storie profondamente introspettive e psicologiche le sue, sfaccettate e penetranti, accompagnate da una narrazione scorrevole, dai tratti dolci e malinconici. Con l’inserimento dell’elemento magico, il tutto assume una forma ancora più particolare. La sua capacità di fondere fiaba e realtà è lodevole, e sempre ben riuscito, anche se in questo caso, forse, non c’è un equilibrio preciso tra le due parti.

La scelta di un finale aperto che lascia libertà ai lettori di interpretare, può far storcere il naso a chi desiderava una risoluzione netta, ma se si legge con attenzione, la fitta rete di significati nascosti tra le righe prenderà forma senza che si senta il bisogno di altro.

 

Consigliato a chi ama il realismo magico e a chi vuole fare un tentativo. Se invece preferite procedere a piccoli passi, consiglio, sempre di Aimee Bender, una raccolta di racconti: Grida il mio nome (uscito recentemente anche con il titolo: La ragazza con la gonna in fiamme).



 

"...era così diversa dalla scelta di una sedia pieghevole, se non per il fatto che la mia scelta mi permetteva di rimanere nel mondo e la sua no?"

 





Adattamenti cinematografici: no






Incipit

È successo la prima volta di martedì pomeriggio, un caldo giorno di primavera sui pianori nei dintorni di Hollywood, dove una leggera brezza spirava verso l'est dall'oceano scompigliando i petali delle viole del pensiero da poco piantate nelle nostre cassette per i fiori.

Mia madre era a casa, mi stava preparando un dolce. Mentre risalivo saltellando il vialetto d'ingresso mi aprì la porta prima che arrivassi a bussare.




 

Categories: - Ottobre 2013

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