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Il tempo e' un bastardo (J. Egan, 2010)

Posted by Ilaria Pasqua on June 4, 2013 at 1:55 PM

"Il tempo è un bastardo, giusto? E tu vuoi farti mettere i piedi in testa da quel bastardo?"


                                           


Il tempo è un bastardo è stata una sorpresa incredibile. Premio Pulitzer 2011 per un romanzo che dire insolito è poco.

 

È una storia corale, formata da una serie di racconti, collegati solo dal ricorrere degli stessi personaggi in epoche diverse della loro vita. Una vita che osserviamo da differenti punti di vista.

 

Ci sono Bennie Salazar, ex musicista punk, diventato poi discografico di successo e il suo braccio destro Sasha, una donna intelligente dal passato turbolento. Le loro storie si snodano dalla fine degli anni ’70, in una San Francisco underground, fino a una New York dei giorni nostri, in cui la musica rimane sempre cornice dell’evoluzione di ogni personaggio.

Intorno a Bennie e Sasha, centro di questo universo di storie, si compongono le vicende delle loro famiglie, dei loro amici: una costellazione di coprotagonisti indimenticabili.

"A constellation of people", li ha infatti definiti l'autrice, le cui vite si si sfioreranno appena, si incroceranno, si eviteranno, si imbatteranno l'una nell'altra, scontrandosi, influenzandosi, aggrovigliandosi in modo imprevedibile.


"Uno dei motivi per cui le traiettorie dei miei personaggi sembrano spesso imprevedibili è che io stessa non ho idea di cosa gli succederà, mentre ne scrivo. Cerco le mosse istintive, spiazzanti: quelle che non ti aspetti. È questo che mi diverte, quando scrivo. Tutto il mio processo di scrittura mira a rendere possibili queste sorprese. Quando leggo, detesto provare un senso di familiarità: mi fa passare la voglia di andare avanti. Per come la vedo io, uno sviluppo ovvio della trama è utile soltanto nella misura in cui può essere evitato e stravolto".

 

Una costellazione grazie alla quale la Egan riesce a raccontare diverse tematiche, come lo star system, l’utilizzo delle droghe psichedeliche, e la scena musicale, il rock, quel divoratore insaziabile di vite che dona l’illusione di restare giovani, quando in realtà in vent’anni le cose cambiano, senza accorgersene.

"Perché in fondo la realtà è questa, no? In vent'anni non diventi più bello, specie se nel frattempo ti hanno tolto metà dell'intestino. Il tempo è un bastardo, giusto? Non si dice così?"


Un intreccio di storie e destini, di personaggi concatenati, uniti e divisi dal tempo e dalla musica, che la Egan fa rimbalzare da un momento all’altro della loro vita, rompendo i classici schemi narrativi e lasciandoci senza fiato. Vediamo un personaggio giovane, un adolescente magari, la Egan ce lo descrive in quegli attimi di esistenza, come se gli facesse una fotografia. Di colpo sono passati vent’anni, e noi ci ritroviamo disarmati nel vedere come quella persona, che poche pagine prima saltellava sotto un palco ascoltando un concerto, è diventato. E solo dopo, magari, in un altro salto, forse attraverso gli occhi e le parole di altri personaggi, ci farà capire veramente cosa gli è successo in quel lasso di tempo.

E poi indietro, e di nuovo avanti, prendendoci gioco noi del tempo, per una volta, lasciandoci trascinare nelle vite di questi personaggi così vividi, così umani, così… noi.

 

Le storie non sono punti casuali delle loro vite, ma narrano con precisione dei momenti quasi impercettibili, che hanno però segnato un punto di svolta fondamentale, accelerando inesorabilmente il tempo, facendolo correre così veloce, fino ad arrivare al momento in cui ci si volta indietro e si scoprono quei fastidiosi rimpianti che forse sono stati ignorati fino a quel preciso istante.

Ogni racconto, ogni personaggio di questo libro è collegato tra loro dal filo del rimpianto o della nostalgia o semplicemente del tempo bastardo che non si ferma mai, dall’illusione che si sia fermato quando non è così, dall’abbattimento che provoca questa rivelazione, da quel senso d’inutilità.


Qual è il senso dell’esistenza? E il tempo sconnesso continua a correre, si avvita su se stesso, si prende gioco dei personaggi, delle loro vite e di noi, correndo verso una direzione che non esiste ancora. Quel bastardo.

È lui che li osserva smarriti, li vede cambiare, vincere o fallire, e comunque sempre con una vena di rimpianto che si accumula. Perché il passare del tempo genera uno sconforto che spesso non si riesce a combattere.

E questo provoca ogni capitolo: una malinconia che scava e una voglia di tornare indietro, e così corri a cercare i momenti della vita del personaggio, indietro, o avanti tra le pagine, provando le sue stesse sensazioni. Desiderando solo che il tempo si fermi. Per una volta senza avere curiosità di come andrà a finire, fermi solo in quel pezzetto di tempo su cui siamo stati trascinati da questa magnifica scrittrice.


E ci ritroviamo di fronte a perle del genere, che in una frase racchiudono tutto un mondo:


"Allo specchio, il petto di Rolph era liscio. Non c’era nessun segno. Il segno era ovunque. Il segno era la giovinezza”


La frammentazione della storia, così sperimentale, riesce a rendere ogni sfaccettatura dei suoi personaggi, svelando aspetti insospettabili, sorprendendo, perché si rivela la forma più adatta, la forma più aperta per descrivere le infinite possibilità dell’esistenza umana. Ma ogni racconto, ogni salto di personaggio, non porta solo a un mutamento di scenario, o di anno, porta anche a un cambiamento di narrazione: si va da uno stile scorrevole e asciutto a uno più concitato o aggressivo, dalla prima alla terza persona singolare, fino addirittura a un capitolo in power point, dove si parla di Lincoln il tredicenne che si rifugia nelle pause, che vive di pause perché lo confortano.


 

«La pausa ti fa pensare che la canzone sia finita. Invece scopri che non è finita, e per te è un sollievo. Poi però la canzone finisce davvero, perché tutte le canzoni finiscono, ovviamente, e STAVOLTA. LA. FINE. E'. VERA».


 

Il tempo è un bastardo. E noi non possiamo far altro che non sprecarlo.



Incipit:

Cominciò come al solito, nel bagno del Lassimo Hotel. Sasha si stava ritoccando l’ombretto giallo davanti allo specchio, quando sul pavimento accanto al lavandino notò una borsa, probabilmente della signora che sentiva fare pipì piano piano da dietro la porta modello caveau di uno dei gabinetti. Dal bordo della borsa, appena visibile, spuntava un portafoglio di pelle verde chiaro. Per Sasha fu facile rendersi conto, ripensandoci poi, che a provocarla era stata la fiducia cieca della donna: Viviamo in una città dove la gente ti ruba anche i capelli dalla testa, se solo gliene dai occasione, e tu molli la tua roba in bella vista aspettandoti pure di ritrovarla quando torni? Le aveva fatto venire voglia di darle una lezione. Ma quel desiderio camuffava solo in parte la sensazione più profonda che Sasha aveva sempre: il portafoglio, gonfio e morbido, che si offriva alla sua mano. Sembrava così banale, così terra terra lasciarlo lì senza cogliere l’attimo, accettare la sfida, fare il salto, tagliare la corda, fregarsene della prudenza, vivere pericolosamente («Sì, ho capito», disse Coz, il suo psicologo) e prenderlo, quel cazzo di portafoglio.

«Cioè rubarlo».

Stava cercando di spingere Sasha a usare quella parola, più difficile da evitare nel caso di un portafoglio che in quello di molte altre cose da lei rubate nel corso dell’ultimo anno, da quando la sua patologia (così la chiamava Coz) aveva subìto un’accelerazione: cinque mazzi di chiavi, quattordici paia d’occhiali da sole, una sciarpa da bambino a righe, un binocolo, una grattugia per il formaggio, un coltellino, ventotto saponette, ottantacinque penne, da quelle a sfera da due soldi con cui firmava le ricevute della carta di credito alla Visconti color melanzana che aveva rubato all’avvocato del suo ex datore di lavoro durante una riunione contrattuale. Nei negozi Sasha non rubava più, le loro merci fredde e inerti non la tentavano. Solo alle persone.

«Ok», disse. «Rubarlo».






Curiosità:

- L'HBO trasformerà il libro in una serie tv



Vi lascio una bella immagine che riassume la concatenazione degli incontri di tutti i personaggi:



                                            




E un giochino carino che ho trovato in rete:

Istruzioni per l’uso: iniziate ritagliando la parte A e la parte B e fatele coincidere lungo la linea gialla per ricostruire il domino. Potete poi ritagliare anche le singole tessere e cercare di combinarle con le altre, in modi nuovi.

 

Non dimenticate di ascoltare la colonna sonora, è parte del gioco.


                                                    

                                                 

 



 




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