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City - Anni senza fine (C. D. Simak, 1944/1973)

Posted by Ilaria Pasqua on June 2, 2013 at 1:05 PM

 

“Queste sono le storie che i Cani raccontano quando le fiamme bruciano alte e il vento soffia dal nord. Allora ogni famiglia si riunisce intorno al focolare, e i cuccioli siedono muti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande:

‒Cos'è un Uomo?‒chiedono

Oppure:‒Cos'è una città?

O anche:‒Cos'è la guerra?

Non esiste una risposta precisa a nessuna di queste domande. Ci sono delle supposizioni e ci sono delle teorie e ci sono numerose ipotesi dotte, ma non esiste, in realtà, una vera risposta”


 



È molto difficile per me recensire questo libro, perché l’ho amato profondamente, mi ha lasciato davvero tanto e sono convinta, come molti già affermano da anni, che sia uno dei più belli e importanti libri di tutta la fantascienza, e non solo. Ed è un peccato, e me ne meraviglio, che oggi se ne parli così poco. Così eccomi qui. Desidero farlo conoscere a chi non l’ha mai sentito nominare, sperando che qualcuno abbia voglia di immergersi nella lettura di quest’opera immortale, epica, indimenticabile. 


Cos’è City. È un’opera composta di nove racconti concatenati, pubblicati periodicamente, nell’arco di circa trent’anni, sotto il nome di “Anni senza fine”. Uscito poi con il nome di City con l’ultimo racconto, l’epilogo.

City è un grandioso, gigantesco, stratificato affresco che parla dell’uomo, della sua evoluzione e scomparsa in una Terra che ha accolto la specie canina come padrona. Una specie che gradualmente ha dimenticato l’esistenza e il ruolo dell’uomo, ormai divenuto una sorta di leggenda, un Dio creatore, che esiste solo in chi crede. Come noi con il nostro Dio.

È una lunga epopea del futuro della razza umana e della Terra, “una progressione abbagliante di visioni indimenticabili e poetiche; è l’opera che moltissimi considerano il momento più intensamente poetico di tutta la storia della fantascienza”. Un libro che è pura poesia.

 

Nel primo racconto gli uomini hanno ormai abbandonato le città e non sentono più il bisogno di una società che li protegga. Vivono nelle campagne, rinchiusi nelle loro abitazioni, perdendo sempre più il contatto con gli altri. La tecnologia incalza e spinge al cambiamento anche quelli che sono contro questo nuovo stato di cose in cui il governo è solo una figura che non ha più senso di esistere. In queste campagne si aggira un uomo: è J. Webster, patriarca di una famiglia la cui storia costituirà il filo conduttore di tutta l’opera. Conosceremo i figli e i figli dei suoi figli che seguiranno nei successivi racconti, saltando in avanti nei secoli in una catena stretta e avvincente che ci guiderà fino alla conclusione.

Insieme agli Webster, il personaggio chiave, il vero protagonista del romanzo è il robot Jenkins, maggiordomo, confidente, silenzioso osservatore della famiglia e dell’evoluzione dell’umanità, presente anche quando la civiltà canina sostituirà l’uomo, diventando legittima proprietaria della Terra.

Quegli stessi cani che proprio l’essere umano, proprio gli Webster, hanno dotato del dono della parola nella speranza che potessero camminare fianco a fianco verso un nuovo e luminoso futuro. Quegli stessi cani che, nel corso degli anni, hanno dimenticato gli esseri umani ormai, mentre Jenkins, che non gli ha mai dimenticati, combatte strenuamente per mantenere intatta la loro memoria, con una testardaggine e un impegno commoventi.


                                                     


 

“È passato tanto tempo, pensò Jenkins. Sono accadute tante cose. Bruce Webster aveva appena iniziato i suoi esperimenti sui cani, aveva cominciato a concepire il suo grande sogno… dei cani capaci di parlare e di pensare, che avrebbero percorso il sentiero del destino a fianco dell’Uomo, mano nella zampa… senza pensare che l’Uomo, nel giro di pochi, brevi secoli, si sarebbe disperso ai quattro venti dell’umanità, e avrebbe lasciato la Terra in eredità ai robot e ai cani. Senza sapere che perfino il nome dell’Uomo, sarebbe stato dimenticato nella polvere dei secoli, e che la razza umana sarebbe stata conosciuta con il nome di una sola famiglia.

Eppure, pensò Jenkins, se l’Uomo doveva essere conosciuto con il nome di una sola famiglia, era giusto che la famiglia fosse quella dei Webster. Li ricordo, li ricordo come se fosse ieri. Quelli erano i giorni nei quali anch’io mi consideravo un Webster”.


Saremo testimoni attraverso gli Webster che si susseguono nel tempo, degli sbagli degli esseri umani, delle inquietudini e delle speranze, dei cambiamenti impercettibili e non, che mutano secolo dopo secolo la nostra Terra, sfilandocela lentamente dalle mani.

 “L'uomo....conservava l'egoismo presuntuoso che l'aveva portato ad autodefinirsi Signore di tutto il Creato”

Attraverso gli occhi di Jenkins, osserveremo l’umanità disfarsi, venir sostituita da specie che "meritano una possibilità".


Non voglio entrare nello specifico dei racconti per non rovinare la sorpresa e l'entusiasmante possibilità di fare un passo dopo l’altro, cerco di trasmettervi le emozioni, le sensazioni che ho provato. Quel senso di tristezza e consapevolezza, quel disagio. La profonda nostalgia del robot antico Jenkins, aggrappato disperatamente alla casa dei Webster, ai ricordi legati a quell’umanità desiderata e perduta, rimasto solo con i suoi pensieri e con quelle immagini del passato, ormai annebbiate. Alla perenne ricerca dell’uomo. E poi il marchio del tempo sulle cose, su una Terra sgombra e desolata.


"Una volta c'era stata gioia, ma ora c'era solo tristezza, e non si trattava soltanto della tristezza di una casa vuota e abbandonataa, era la tristezza che pervadeva tutte le altre cose, la tristezza della Terra, la tristezza per tutte le sconfitte e le vuote vittorie.

Con il trascorrere del tempo, il legno sarebbe marcito, e il metallo si sarebbe sgretolato per poi cadere. Con il trascorrere del tempo, la casa non sarebbe più stata là, e al suo posto sarebbe rimasto un monticello sabbioso, unico segno, unica testimonianza del fatto che un tempo lassù, sulla collina, era sorta una casa.

Tutto questo veniva dal fatto di aver vissuto troppo a lungo, pensò Jenkins, … di avere vissuto troppo a lungo, senza riuscire mai a dimenticare. Sarebbe stata quella la parte più difficile e dura; lui non avrebbe mai potuto dimenticare”.


Ciò che mi ha colpito molto è anche la struttura che rende la storia unica. Infatti, è un romanzo composto di nove racconti completi. Ma non è tutto perchè i racconti sono narrati come fossero un ciclo di leggende che “i Cani” si tramandano da intere generazioni. A ogni racconto precede un’introduzione che tenta di spiegare la natura del racconto stesso, interrogandosi sulla veridicità di quello di cui si parla: l’uomo è esistito davvero? E davvero era così? Quanto è leggenda, quanto realtà e quanto fantasia?  

 

È una riflessione filosofica e scientifica sull’evoluzione che mette a nudo l’essere umano, intrecciando tematiche e problematiche di tutti i tipi, con una scrittura fluida e magnifica come se ne leggono poche.


                                                           


Vorrei dirvi quali sono stati i racconti preferiti, ma non mi è possibile, non sono in grado di scegliere, ogni racconto brilla di una luce intensa.

Suggestivo, magnifico, potente, indimenticabile. Un faro nella notte. Questo è un libro che andrebbe letto almeno una volta nella vita.

Le parole per descriverlo sarebbero molte altre, l’unico modo per capire è provare a leggerlo.

Ora spero solo di essere riuscita a rendere onore a questo grande scrittore.




"Io non posso tornare" disse Towser.

"Nemmeno io" replicò Fowler.

"Mi farebbero tornare ad essere un cane" disse Towser.

"E a me - disse Fowler - a essere un uomo."




 

 

L’incipit:

Queste sono le leggende che i Cani si raccontano quando le fiamme crepitano alte e il vento fischia da nord. Allora ogni famiglia si raccoglie intorno al focolare e i cuccioli siedono muti, intenti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande.

"Che cos'è un uomo?" chiedono.

Oppure: "Che cos'è una città?".

O anche: "Che cos'è una guerra?".

Non c'è una risposta precisa a domande di questo genere. Ci sono supposizioni. Ci sono teorie e tante ipotesi dotte, ma nessuna vera risposta.

Nelle famiglie raccolte intorno al fuoco, più di un narratore è stato costretto a ripiegare sull'antichissima spiegazione che non esistono cose come un Uomo o una città, che non bisogna credere di trovare qualcosa di vero in una semplice fiaba, ma che bisogna accontentarsi del piacere che essa vi dà e non cercarvi altro...




Adattamenti cinematografici: no




 

Curiosità:


Indice racconti:


I - La città

II - Il formicaio

III - Censimento

IV - Diserzione

V - Paradiso

VI - Passatempi

VII - Esopo

VIII - Il modo semplice

IX - Epilogo



 

La cronologia del romanzo:


 

- 2008 (John J. Webster), City, maggio 1944

- 2117 (Jerome A. Webster /Juwain il filosofo marziano), Huddling Place, luglio 1944

- 2183 (Bruce Webster /Grant l'ufficiale del censimento /Joe il ragazzo Mutante), Census, settembre 1944

- 3070 (Fowler /Towser il suo vecchio cane), Desertion, novembre 1944

- 3080 (Tyler Webster /Joe il maturo Mutante) Paradise, giugno 1946

- 4100 (Jon Webster), Hobbies, novembre 1946

- 9000 (Jenkins /Cobbly L'Ombra), Aesop, dicembre 1947

- 14000 (Jenkins il robot), Trouble with Ants, gennaio 1951

- 14000 (Jenkins il robot), The simple Way, 1952

- 1000000 (Jenkins il robot), Epilog, 1973

 



 

Categories: - Giugno 2013