"Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era più vita che di qua"

Italo Calvino

Ilaria Pasqua - Writer and more...

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Susan & Susan

Trama:

In una società perfettamente organizzata ed efficiente, in cui ogni cittadino ha un suo posto assegnato sin dalla nascita, un’anomalia genetica continua ad affliggere, generazione dopo generazione, le famiglie della Nazione, generando il terrore. L’anomalia, che sembra essersi sviluppata quasi autonomamente per mandare in tilt il sistema, frenetico e invivibile, consiste in una divisione della persona. Alla nascita, infatti, ogni neonato si separa in due esseri umani fisicamente distinti, obbligati a un’esistenza ravvicinata, perché l’uno non può vivere senza l’altro.
Susan e Susan, o meglio Susan e Susy, hanno vissuto per diciotto anni chiuse in casa, ad aspettare con speranza un cambiamento. Ma le due, in questa vita di privazioni, nascoste agli occhi del mondo, hanno sviluppato caratteri diversi e, nonostante siano la stessa persona, sono diventate due esseri umani distinti e in contrasto tra loro. Nessuna delle due sa ancora bene come funziona la società in cui sono nate, né cosa è permesso a chi è colpito da questa anomalia, ma i genitori hanno promesso loro che al compimento dei diciotto anni tutto sarebbe cambiato. Così, in quella notte tanto attesa, succede ciò che non si sarebbero mai aspettate.
Tra soprusi, nuove amicizie e amori, le due saranno messe a dura prova, fino a quando, tra verità e menzogna saranno costrette a scandagliare se stesse in un viaggio doloroso quanto necessario. Riusciranno a sovvertire la granitica impostazione della loro società? O soccomberanno anch’esse alla regola dell’efficienza?


Pubblicato da Genesis Publishing


Anteprima


Attraverso il buio


«Vi siete mai sentiti divisi tra due parti di voi stessi? Io ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Perché quella parte è proprio davanti a me, e allo stesso tempo... dentro di me. Una notte ho sognato che venivamo separate per sempre, e che restavo solo io a camminare su questo mondo. E forse, prima o poi, succederà.»

Ripenso a queste parole sempre, anche ora. Le avevo pronunciate parlando silenziosamente alla luna il giorno dei miei diciott’anni, ma con leggerezza, senza pensare bene alle conseguenze, e alle conseguenze non ho pensato nemmeno dopo. Eppure in quel periodo non vedevo altro, non vedevamo altro, era un desiderio sbocciato in entrambe, c’era chi tentava di combatterlo e chi lo abbracciava sperando. Contavamo i minuti, chiuse nella nostra stanza in attesa della mezzanotte, sforzandoci di stare tranquille, ma eravamo così agitate. Chi l’avrebbe detto che il mio desiderio silenzioso si sarebbe avverato e per di più in quella maniera? Se forse avessimo saputo. Se solo avessimo compreso cosa stava per accadere... nessuna delle due avrebbe atteso quella notte con tanta impazienza, con tale speranza. Non riesco a cancellare la sensazione di tradimento e di delusione. Quella notte ha cambiato la nostra vita, definitivamente. È stato proprio in quel momento che i nostri sogni, le nostre speranze, si sono trasformati nel peggiore degli incubi. Ci hanno tolto tutto. 

«Susy ora basta, non perdere tempo, il cammino è lungo» mi urla Susan nella mente, ma senza cattiveria, solo con affettuosa attenzione. Non ci hanno tolto tutto.

Lo so, adesso. Si deve attraversare la notte per arrivare all’alba.

Osservo quel piccolo spicchio di luna e non mi dispiace più così tanto. Una rinascita. Susan sorride. Ora, finalmente, anche io.

E sembra un sogno. Chissà, forse lo è.


Capitolo 1


Susan & Susan

Oggi è una giornata come un’infinità di altre. O almeno lo sembra. Siamo chiuse in casa da tutta la vita, io e lei, o meglio me.

Dovete sapere che io sono stata colpita da quella che viene chiamata in famiglia, e pare nella Nazione, anomalia genetica.

«Stato d’essere.»
«Susan, per favore...»
«Prego, continua pure.»
Questo ci impedisce di uscire di casa e di vivere come tutte le altre persone, almeno fino al compimento dei diciott’anni, quando avremo una risposta ai nostri tormenti.

Vedendoci ci credereste essere due gemelle. Ma no, non è così. Noi siamo la stessa persona, o almeno questo ci viene ripetuto da sempre, eppure, io e lei siamo molto diverse.

Riesco a dire io al posto di noi. Ma quando dico io, in quell’io c’è anche lei. Senza di lei non potrei sopravvivere, per questo viviamo a stretto contatto sin dalla nascita.

Come mi sento? Un’unità individuale e allo stesso tempo un pezzo che compone una parte, la metà di una mela, sempre.

A volte è più forte una sensazione, a volte l’altra. Io mi sovrappongo a lei e lei a me, sappiamo esattamente i pensieri dell’altra. Infatti sono in buona parte in comune, nel senso che siamo in grado di dire cosa sta pensando l’altra, pressoché sempre, e la cosa è frustrante. Però noi, come dire, siamo riuscite a raggiungere una sorta di autonomia, ho anche dei miei di pensieri, e i sentimenti... quelli sono diversi, il punto di vista, ciò che vedo e sento con i miei sensi è solo mio. Come rielaboro ciò che vedo e provo, come vivo le mie giornate, cosa amo fare, tutto questo è solo mio. Per questo mi sento un individuo separato. Anche se lei non vuole accettarlo.

Più passa il tempo e più desidero essere solo io, e lo sto pensando a bassa voce, sperando che lei non mi senta.

Ho desiderato i miei confini distinti dai suoi, eppure sono prigioniera di lei, come di me, e allo stesso tempo lei è tutto, come se condividessimo anche la stessa pelle. Cosa c’è dentro di lei? Il mio stesso cuore. Cosa c’è dentro di me? Il suo. Battono all’unisono, ma spesso si contrastano come se appartenessero a due persone separate, perché è così.

Sembra magia, lo so. Più lo dico e più ne sento il peso, per lei è la stessa cosa.

Quando eravamo piccole, eravamo inseparabili. I miei hanno cercato in ogni modo di trattarci come fossimo la stessa persona, ma non ci sono riusciti. Soprattutto quando siamo cresciute, è stato più forte di noi, abbiamo iniziato a differenziarci, e per i nostri genitori è stato lo stesso, si rivolgevano a una in un modo, a una in un altro, con tutte le limitazioni possibili. E non passa giorno che la mamma non si rimproveri, torturandosi, perché si dà la colpa di ciò che è ormai evidente.

E parla del nostro diciottesimo compleanno. Da quando siamo bambine ci ha nominato quel giorno, il 2 giugno, come quello del grande cambiamento, in cui tutto andrà a posto, e quel giorno è oggi. Non ha mai voluto dire di più, perciò noi non abbiamo idea di cosa succederà. Forse finalmente potremo andare oltre quel giardino, senza preoccuparci della polizia dello Stato, so bene che i nostri genitori passerebbero dei guai se ci vedesse fuori di qui. Forse potrò finalmente andare all’Università. Quanto sogno l’Università Alpha, da tutta la vita. Solo i migliori vanno lì, gli altri possono frequentare l’Università Beta, per il resto c’è il nulla. Nessuna istruzione, istruzione con la “I” maiuscola intendo, nessuna possibilità di fare una vita come tutti la vorrebbero.

Non so bene come funzioni il nostro Stato, la mamma non ha mai voluto che ci informassimo troppo, per non farci preoccupare, credo, ma so, sento che presto uscirò di qui. Compirò i miei diciott’anni e andrò via.

Mia sorella, sì. Mia sorella, è così che voglio chiamarla, mi guarda con la sua solita espressione accigliata, anche perché ha sentito ogni singola parola. Sto solo aspettando che metta bocca, senza parlare oltretutto. Basta un semplice pensiero ed ecco le sue parole rimbombarmi in testa come fossero le mie, ed è così che noi dialoghiamo. Comunque...

Ci hanno dato lo stesso nome, è chiaro. Ma per differenziarci io ho chiesto alla mamma di chiamarmi Susy, mentre lei è semplicemente Susan.

«La dovresti piantare di fantasticare, scema» dice. Eccola. Mi passa la voglia di dire altro.

«Insomma? Terminato il monologo?»

«Ogni tanto potresti girarti dall’altra parte invece di stare a sentire, Susan.»

«Sai che è difficile.»
«Io lo faccio. Dovresti esercitarti.»
«Susan» le dico per farla innervosire.
«Susy» risponde lei convinta.
«Ti chiami Susan, non ci sono nomignoli, non li voglio i nomignoli.» «Ricominciamo, ora? Parliamo di me, non di te. Senti... vorrei solo che

mi lasciassi un po’ di privacy.»
«Ma quale privacy? Ti vorrai svegliare una buona volta?»
Sa benissimo a cosa mi riferisco, eppure vaga con la sua mente, ve lo dirò io come stanno le cose, e non ometterò informazioni. Mi chiedo come sia possibile che una persona intuitiva come te, si ostini a ignorare i fatti.

Susan, lei e me, siamo la stessa persona in due corpi. È come se avessero diviso alla nascita, oltre che il corpo, anche l’anima, il cuore. Lei è una parte di me, o io sono una parte di lei, è uguale.

«Tu sei una parte di me» pensa Susy riflettendosi nel grande specchio della nostra camera.

«Chi è l’intrusa ora?»
«Scusa» dice senza aprir bocca.
Insomma siamo più legate di quanto lei dica, non ci sono confini, non ci possono essere confini, e come potrebbero? A causa dell’anomalia, come insiste a chiamarla lei, che ci ha colpite, ci siamo separate, ma rimaniamo lo stesso corpo, che tu lo voglia o no. Mi fa una linguaccia e si gira, roba da non crederci.

Lei non può vivere senza di me. Oltre a condividere tutto, lei è una scema, sognatrice. E continua ad aspettare il grande cambiamento. Oggi non succederà un bel niente. La mamma ci ha prese in giro.

«Vuoi restare con i piedi per terra?» le dico, lei scuote le spalle, bel modo di affrontare le cose.

Devo usare il plurale per rendere conto di tutte e due. Oggettivamente lei è proprio a pochi metri da me, e non posso far altro che dire lei, ma è ovvio che sto indicando me stessa.

Comunque, tornando a noi, sono sicura che non succederà nulla. Parlare del diciottesimo compleanno è solo un modo per tenerci buone.

«Non andrai mai all’Università, mia cara, tantomeno all’Alpha» le dico, è più forte di me, la devo stuzzicare. «Pensi che a noi sia permesso?»

Lei mette su il muso. La sento agitarsi.

«Rimarremo chiuse qui, e insieme, finché non troveranno un posto adatto a noi nella società, e l’avrai capito. La nostra società è un meccanismo perfetto, fatto di posizioni precise, in cui ogni famiglia di ogni settore ha il suo ruolo definito. Noi, cosa siamo? Se siamo rinchiuse, è chiaro che rappresentiamo un problema, e lo sai bene anche tu. Faremo parte di uno dei settori più bassi» mi viene da pensare subito alla bandiera arancione, attaccata fuori la porta d’ingresso. Nessuno ha mai voluto dirci cosa significasse.

«Non devi guardare le notizie senza avere il permesso.» La saputella rompiscatole all’attacco.

«Ma piantala con le prediche. Dovremmo pure sapere ciò a cui andiamo incontro, o non ti interessa?»

Mi ignora. Ritorna a pettinarsi quei lunghi capelli biondi, un giorno te li taglierò nel sonno, proprio come i miei.

«Provaci» minaccia.
Che paura.
Io ho i capelli molto corti, e sono comodi e pratici, anche perché se li avessi lunghi sono sicura che me li strapperei. In realtà la mamma lo ha fatto quando eravamo molto piccole, per distinguerci almeno il necessario, e così è rimasto. È lei la colpevole, è per colpa sua se quella scema si crede un individuo a parte. Io lo vorrei, lo sai che è così, ma non è possibile.

«Tu non lo vuoi affatto. Tu ami stare così. Io sono diversa.» 

«Non puoi esserlo» le urlo stavolta.

«Ragazze» chiama mamma. Ogni volta che la vedo entrare con quegli occhi apprensivi penso alle sue parole, «ragazze... io vi capisco, non sapete quanto» ma non abbiamo mai avuto il coraggio di chiedere altro. Se era come noi, ora dov’è finita l’altra? Un pensiero che mi terrorizza. Vorrei chiederlo, lo voglio anche ora, sono tentata. L’unica cosa che so? È che quest’anomalia passa di generazione in generazione, e che non si sa né da quanto, né perché, né com’è cominciata.

«Shhh» dice Susy, non vuole mai far preoccupare la mamma. Quando entra nella stanza lei si fionda come una gattina a farsi fare le coccole. Che odio.

«Ciao Susy» le dice con tanto amore sistemandole i capelli dietro le spalle. «Ciao Susan» il tono cambia impercettibilmente, ma lo sento eccome.

«La pianti?» mi guarda male con quegli occhi azzurri identici ai miei. «È la verità» penso tra me e me. «Tu sei sempre stata la preferita.» «Non ci sono preferenze, come dici tu, siamo la stessa persona, o no?»

la sua risposta mi rimbomba in testa, mentre la mamma ci guarda perplessa, sa che ci stiamo parlando.

«Solo quando pare a te.» Le do le spalle e mi affaccio alla finestra. Tira un magnifico vento profumato. Le piante del giardino, con i nostri amati gelsomini, oscillano delicatamente, qualche foglia vola, il sole rimbalza sugli alberi. È l’1 giugno, stanotte compirò diciott’anni. Sorrido, sperando in cuor mio in un cambiamento, anche piccolo, vorrei solo sapere di più, e allo stesso tempo... non sapere.


«Susan, lo vedi?» le chiedo subito dopo, sento che ci ha fatto caso. La mamma sembra molto preoccupata, gironzola per la camera, nervosa, spostando oggetti a caso. Ha detto che stasera ha organizzato una grande cena in famiglia, qualcosa di speciale, non capisco bene perché, il nostro compleanno è domani. Forse in quel momento ci comunicherà cosa succederà d’ora in avanti. Non sto più nella pelle. Alla fine non desidero molto, voglio solo studiare e diventare una donna che possa rendere me e la mia famiglia fieri. Non è questo ciò che ogni cittadino ed essere umano dovrebbe volere? Vado bene per questa società, mi impegnerò al massimo, sarò utile. Utilità, produttività, non si è mai parlato d’altro. Li ho sentiti i discorsi tra i miei nel corso degli anni.

«È stato buttato fuori perché non era più utile», «è stato retrocesso perché non era più produttivo», mio padre non dice altro, «l’essere umano deve essere utile a questo mondo, deve partecipare attivamente, non per forza distinguersi, basta che sia un perfetto ingranaggio della nostra realtà, perché anche un piccolo ingranaggio permette alla più grande macchina di funzionare, senza di quello crollerebbe. Perciò tutti possono essere utili.» Avrò sentito mille volte questo discorso. Io voglio essere utile, ma vorrei distinguermi. Sono stata per così tanto tempo chiusa qui dentro. E ora non posso che desiderare questo. Mi liscio nervosamente i capelli dietro le spalle. La mamma mi scivola dietro e li riordina delicatamente con le dita tremanti, sono così fredde che quando mi sfiora il collo sussulto, ma la lascio fare, sembra che il gesto la rilassi, Susan dietro di me sussulta alla stessa maniera e osserva con sguardo vacuo.

«Susan» la chiamo quando sento il nostro cuore contrarsi, poi raggiunge di nuovo la finestra.

Dopo un ultimo sospiro, la mamma esce a passo leggero dalla stanza, lasciandoci di nuovo da sole. Osservo i nostri letti gemelli l’uno accanto all’altro e non posso fare a meno di notare la distanza fra me e lei. «E tu, cosa vuoi, Susan?» le chiedo senza parlare. È ancora affacciata alla finestra, dandomi le spalle. La sua ombra si allunga sul tappeto scuro e morbido che corre fin sotto i nostri letti.

«Cosa voglio? Vivere» dice, anzi pensa, senza neanche voltarsi. Il modo in cui dice “vivere” mi fa provare una sorta di disagio, poi capisco che non è mio, ma suo. Spero che non mi senta, ma ciò che credo è che lei non sappia ancora cosa vuole dalla sua vita. E questo la mette a disagio, perciò si sforza di non pensarci, ma sforzandosi di non pensarci, ci pensa. È una cosa involontaria. Sospiro per distaccarmene, il più possibile.

«Non psicanalizzarmi» mi ha sentita. «Io voglio ciò che vuoi tu. Uscire di qui, e vivere. Ma non me ne frega nulla della nostra società, di una società che rende schiavi.»

«Ma che dici? Schiavitù e schiavitù... nessuno parla di schiavitù, ma di utilità.»

«Utilità per me è diventato sinonimo di schiavitù. Apri gli occhi. È un mondo poco giusto.»

«Che ne sai? L’hai mai visto? O ne sai di più di quello che hai appreso attraverso i telegiornali?» mi fa una tale rabbia, sarei io la saputella poi.

«Figurati, non voglio tirare un giudizio affrettato, ma è chiaro che c’è qualcosa che non va. Insomma, se fosse la società la colpevole di questa nostra natura? Ci hai mai pensato?»

«Non dire scemenze» come te ne esci?

«Scemenze? Utilità. Utilità. Nostro padre che torna tardi ogni giorno. Tutti a correre verso il nulla.»

«Susan. Come sei catastrofica.»

«Susan, cosa? E catastrofica cosa, poi? Qualcosa non va. Tu non provi questo disagio?»

«A te sembra?» dico retoricamente.
«No. Per questo mi stai facendo preoccupare» sospira.
«Non preoccupare. Ti faccio paura.»
«Non dire stupidaggini. Sarebbe come dire che ho paura di me stessa.» «È così. Infatti è proprio così. Puoi metterla come vuoi, pensare a noi come a un’unità, o a te come un singolo. Rimane quello il fatto, tu hai paura» e lo dico con profonda amarezza, forse una punta di orgoglio, perché io non ho affatto paura. Non più, non oggi.

Lei si volta e corre verso di me, mi dà una spinta così forte da farmi sbattere contro la nostra libreria che oscilla pericolosamente, il colpo alla schiena è fortissimo. Mi piego in due, così fa lei.

«Ma sei scema?» le urlo, poi scivolo a terra cercando di riprendere fiato.

«Ahi» dice massaggiandosi la schiena. Poi corre da me e mi aiuta a tornare in piedi, inizio a piangere senza volerlo. Così fa lei, dispiaciuta, si asciuga le lacrime, irrequieta, arrabbiata.

«Sei solo una piagnucolona. Smettila! Tu non sopravvivresti senza di me» dice scansandomi, non lo crede sul serio. Ma dal suo sguardo non si direbbe, da ciò che si agita dentro... Susan...

Non riesco a capirla, il più delle volte non la capisco. E la sensazione va aumentando sempre più col passare del tempo. Lei mi guarda con i miei stessi occhi, ma dietro di quelli vedo tutt’altro. Il suo modo di osservare è così diverso dal mio, che quasi inizio a credere di essere ormai separata da lei.

«Non ci sperare» mi dice, le parole nella mia mente mi colpiscono come una pugnalata. «Saresti così felice di separarti da me?» continua lei, «insomma, io e te siamo sempre state unite.»

«Insieme, non unite.»

«Cosa dici» risponde indietreggiando.
Non la volevo ferire.
«Ti voglio bene lo sai, voglio bene a me stessa e a te nella stessa maniera. Ma non riesco più a stare rinchiusa qui dentro e a sentire te che mi rimproveri, siamo due caratteri opposti che non fanno altro che litigare. Sono stanca. Tu come fai a non esserlo» sputo fuori, mentre Susan si poggia alla lunga scrivania accanto alla finestra.

Lei non è stanca, anzi, si aggrappa a me con tutte le sue forze. Sento il suo cuore contrarsi dal dolore, così il mio. Non riesco a fare a meno di sentirlo. Corro ad abbracciarla, la stringo a me, lei all’inizio mi resiste, poi cede. Ci stringiamo forte. Il respiro all’unisono, il cuore che batte alla stessa frequenza, il calore della pelle. Intrecciate. Come fossimo lo stesso corpo.

Nostra madre apre la porta cigolante e ci trova così. L’immagine sembra distruggerla, corre via coprendosi con una mano la bocca. Lei si stacca da me e la insegue.

«Cosa vuoi fare? Aspetta.» Troppo tardi, è uscita. Io la seguo fino al corridoio. Stare lontana da lei è difficile. Sento quasi la mia pelle tirare verso la sua direzione. Il cuore allentare il ritmo. Susan, ma dove stai andando?


«Perché? Perché?» piange mia madre, abbracciata a papà. Era chiuso nel suo studio e noi non ce n’eravamo neanche accorte. Da quanto sarà tornato?

È accigliato, si toglie gli occhiali e si strofina gli occhi con la punta delle dita, piange anche lui, piccolissime lacrime.

«Ecco da chi hai preso» dico subito sentendo Susy avvicinarsi, e percepisco il suo disappunto come fosse il mio, ma c’è altro: preoccupazione. Mi fermo fuori dalla porta socchiusa. Lancio un’occhiata a lei, immobile nel lungo corridoio, stretta allo stipite della porta, non ha il coraggio di avvicinarsi, ma so che lo farà, è sempre così curiosa. Poi però, di questa curiosità se ne pente sempre, proprio come me.

«Perché deve succedere? E un’altra volta... il nostro Rob...» papà le tappa la bocca.

«Non possiamo fare niente tesoro. Ma c’è ancora speranza, lo sai. Non è ancora detto.»

Mamma sembra non aver sentito.

«Se solo ci permettessero di scegliere.»
«Non potresti scegliere.»
«Sì che sceglierei.»
Susy si è avvicinata, è quasi accanto a me ormai, non ho bisogno di voltarmi per accertarmene, lo so. Da lì dietro riesce ad ascoltare tutto quello che sento io. Come se ce ne fosse bisogno. Sappiamo bene cosa...

«Che succede?» mi chiede Susy nella mente, «scegliere cosa?»
Fisso mia madre e so già cosa dirà, ma vorrei tanto che si fermasse. «Sceglierei Susy. Sempre. Sceglierei sempre lei» dice piangendo. Mi

sento pugnalata al cuore, non capisco più niente. «Perché deve continuare a succedere? La nostra famiglia è maledetta, ed è solo colpa mia.»

«Cara.»

«Mi manca così tanto. E mi mancheranno loro. Perché non posso scegliere? Lo preferisco al nulla.»

Cammino piano per il corridoio, tornando sui miei passi, lasciando i miei nella stanza, poi la incrocio. Non riesco nemmeno a guardarla.

«Non sa neanche quello che dice. Ascoltami, Susan» mi chiama, ma non voglio girarmi. Sento l’altra me alzare il braccio e asciugarsi le lacrime, le mie lacrime, io invece le lascio scorrere. Mi chiudo in bagno e decido di non uscirne fino all’ora di cena.


«Ehi!» Cerco di chiamarla, «è solo sconvolta. Non voleva dirlo. Ne sono sicura.»

«Non essere ipocrita» dice, «sai benissimo che è sempre stato così. Mi odiano.»

«Non perdere di vista ciò che è importante.»

«E cosa? Tu? Noi? Io? Neanche mi vuoi. Spero tanto che qualcuno ti tolga da davanti i miei occhi, vorrei non doverti più vedere.»

«Parli di te stessa» dico con voce piatta, quasi un sussurro, mentre il corridoio si è fatto di colpo più scuro.

«Parlo anche di me, sì.»

Smetto di dirle qualsiasi altra cosa, tanto sarebbe inutile. La lascio sfogarsi e cerco di riprendermi. Una parte del mio cuore è distrutta, come il suo. Sento ogni briciolo della sua angoscia e delle sue sofferenze. L’amore non ricambiato che prova verso nostra madre. Non posso far altro che sentire. Mi sforzo di concentrarmi su ciò che invece sento io, ma è così difficile. Io sono felice che mia madre mi ami così. Io sono io. Io e Susan siamo diverse, mi ripeto convinta. Io e Susan troveremo il nostro posto, senza farci del male a vicenda.

Smetteremo di ferirci prima o poi?
«Forse non succederà mai.» Susan rompe il suo silenzio.
Siamo come due parti della stessa persona, perennemente in conflitto tra loro. Un essere umano è così sfaccettato... e noi siamo ancora più complicate, quello è certo. Quanto è difficile la nostra condizione. Ma insieme ce la facciamo, non è così?

«Non vuoi andartene da sola per il mondo?» chiede Susan riprendendosi piano piano.

«Lo voglio.»
«Vedi?»
«Ma io e te, saremo sempre io e te» sorrido, sperando che riesca a percepire il mio calore. Ci riesce. Sta sorridendo anche lei, sempre chiusa in bagno.

Io torno seria, ma lei sta sorridendo ancora.

L’ho lasciata sola, anche se sole non lo siamo mai, per due ore intere, cercando di non sentire i suoi tormenti, lì dall’altra parte del corridoio. Ho letto un bel libro ad alta voce, in camera accanto alla finestra, facciamo sempre così, leggerlo a mente vorrebbe dire imporlo all’altra, anche se alla fine una traccia di pensieri arriva lo stesso. Mi sono distratta solo ogni tanto per ascoltare il canto degli uccellini che affollano il giardino, e che forse sono anche fuori dalla nostra proprietà. Mi chiedo cosa ci sia oltre, le persone vanno a scuola, fanno amicizia con altre, e fanno tante altre cose che non ho mai conosciuto. Un giorno Susan ha provato a sorpassare il cancello, ma un fortissimo allarme ha richiamato i nostri genitori e... delle guardie. Dei poliziotti in borghese e non, sono spuntati da ogni angolo e hanno puntato uno di quei fucili a raggi su di lei e anche su di me, ci guardavano con profondo terrore e cattiveria. Non riuscivo a capirne il perché. Eppure una cosa era chiara: uscire per il mondo a noi non era concesso, perché siamo due, perché non siamo integre. Lì lo abbiamo compreso realmente, ma perché? Possiamo renderci utili, così come tutti gli altri, almeno credo. In quel preciso momento abbiamo capito che problema rappresentassimo, per la società e per i nostri genitori.

I nostri genitori... chissà se anche loro si sono divisi alla nascita? Che brutto dire così, non è correttissimo, ma è proprio questo alla fin fine che succede, nella pancia eravamo una, e poi una volta uscita... è successo. Mia madre, sono certa sia accaduto a mia madre. Papà ci guarda sempre con un’aria perplessa, sembra non sapere bene nemmeno lui cosa... cosa siamo.

Penso a Susan, per evitare di riflettere su quest’altra questione che mi assilla da sempre. Continuo a credere che quella durezza non faccia altro che farla sentire più debole. Io non mento a me stessa. Sono così, non mi sforzo di essere nient’altro.

«Guarda che ti ho sentito.»
«Speravo che sentissi. Perché non cerchi di rilassarti?»
«Sono rilassata, scema.»
«A me non pare proprio.»
«Il mio carattere è questo. Non sono una dolce gattina dai lunghi

capelli biondi. Sono scontrosa e me ne frego di ciò che non mi interessa. Questo è quanto. Non fingo nulla, è quello che sono.»

«Potresti diventare migliore. Così...»
«Così mamma mi amerebbe?»
«Non volevo dir questo» dico allungando nervosamente i piedi verso il tappeto.
«Oh sì, invece. Comunque ho smesso di cercare amore, o il riconoscimento da parte degli altri, come sembra tu abbia disperatamente bisogno. Voglio solo superare questo compleanno.»

«Non ho bisogno... senti, lasciamo perdere» rifletto sulle sue parole e lo realizzo... «finalmente sapremo» mi dico. Susan annuisce prendendo fiato. È agitata quanto me.

«Ragazze. La cena!» urla mamma.

«È ora» diciamo nello stesso momento, la nostra voce si sovrappone, senza alcuna differenza di sorta.


***


Le due ragazze si avvicinano alla sala da pranzo in punta di piedi, l’una accanto all’altra, con il cuore in gola e la speranza al posto di quello che deve essere il cuore.

I genitori cercano di trattenere l’emozione. Seduti ai lati della lunga tavolata di legno ben lucidato.

Hanno liberato palloncini colorati per la stanza, alcuni sono a terra, altri volano liberi in cielo.

Susan commenta a quella vista.
«Come fossimo bambine di due anni.» Ma alla fine ne è rimasta colpita. Susy raccoglie sorridente un palloncino, sopra ci sono i loro nomi, entrambi. Lo passa alla sua vicina che abbozza un sorriso. Forse pensa di farle capire quanto entrambe, nella stessa maniera, siano membri di quella famiglia.

La madre è visibilmente commossa. Le due si siedono all’unisono, una educatamente, l’altra quasi cadendo di peso sulla sedia eccessivamente morbida per i suoi gusti.

«Ragazze, auguri per il compimento dei vostri diciotto anni» dice il padre alzando il calice ben lucidato. Veste in giacca e cravatta, è, infatti, un operaio ricco che la sera si spoglia della sua divisa per mettersi quella che avrebbe sempre voluto, ma che non può indossare di giorno. Da questo Susan ha rilevato che la loro famiglia rappresenta uno di quei cosiddetti ingranaggi, molto in basso nella scala sociale, per questo crede che l’Università, che sia Alpha o Beta, se la sarebbero sognata, o almeno, non avrebbero potuto fare molto. Se appartengono a quel settore, non possono uscirne in nessuna maniera. Per quanto intelligenti possano essere, e loro, padre compreso, lo sono, il destino non possono cambiarlo.

Susy sospira, scacciando il pensiero. Susan le ha parlato così tante volte di quella osservazione, che ne ha ormai la nausea e soprattutto, non vuole crederci. La speranza, una profonda, infinita speranza, un ottimismo innato, la costringono a vedere tutto nella maniera più luminosa possibile, è Susan, con il suo terribile pessimismo, il suo sguardo negativo su qualsiasi cosa, compresa se stessa, a riportarla a terra, a legarla. Non riescono a bilanciarsi come avrebbero dovuto fare da sempre, per questo stanno meglio separate. O meglio, per questo sono costrette a rimanere separate. Un punto di contatto non c’è e non ci sarebbe mai stato.

«Non siamo ancora arrivati al momento, io credevo festeggiassimo domani» dice Susan, la guastafeste. Fissa il nastro rosso che Susy ha legato ai capelli, sembra una deliziosa bambola. Come fanno a essere così diverse? Si tocca i capelli corti e cerca di riordinarli in un gesto istintivo.

«Ma che importa? È la nostra festa» commenta Susy con un mega sorriso. Susan stavolta non riesce a sorridere, anche se sente quel sentimento gioioso rimbalzarle dentro, ne è contagiata velocemente. Più di quanto sua “sorella” non sia, dal suo sbigottimento.

«Abbiamo pensato...» dice il padre, «sarà oggi a mezzanotte. Perché non iniziare ora a festeggiare?» Come può dir loro che domani probabilmente non ci sarà nulla da festeggiare?

La madre abbassa gli occhi sul piatto. Ha tirato fuori il miglior servizio, cucinato tutte le pietanze preferite delle figlie. Diversi ovviamente. Ogni piatto è diviso in due, entrambe mangiano il proprio preferito e quello dell’altra, tanto non potrebbero evitare di sentire lo stesso il sapore, ciò che assapora Susy arriva a Susan e viceversa. Susy passa le dita sui delicati ricami della tovaglia, cercando di godersi quel momento.

Stranamente, l’atmosfera gioiosa si trasforma in un blocco di gelo.

I quattro cenano quasi in silenzio, in attesa di qualcosa. I palloncini, immobili, osservano quella famiglia sull’orlo della distruzione.

Susy tenta di parlare di cose allegre, di ciò che ha fatto, senza menzionare il suo futuro. Sa che rischia di gettare i genitori nell’angoscia, ma Susan non si dispensa dal farlo.

«Insomma» dice alzando la testa dal piatto. Susy la sta già guardando con aria supplicante, ha già capito perfettamente cosa sta per succedere, o almeno cosa accadrà di lì a pochi minuti. «Avevate detto che ai nostri diciotto anni ci sarebbe stato un cambiamento. Che saremmo uscite di qui» dice sicura, con un tono quasi spaccone. «Quindi?»

Susy si paralizza, guarda prima un genitore poi l’altro, sono impalliditi, la madre con la forchetta sospesa in aria, lo sguardo ora immobile sul tovagliolo che ha sulle ginocchia.

«Piantala» sussurra decisa a Susy che le ha parlato nella sua testa, rimproverandola sicuramente. «Abbiamo diritto di sapere» continua Susan.

La madre si alza lasciando scivolare il tovagliolo a terra.
«Vado a prendere il dolce.»
«Super fuga» continua Susan senza peli sulla lingua, lei neanche si volta, ha già imboccato l’uscita. «Papà?»
«Domani. Domani ne parleremo, non è ancora il vostro compleanno» risponde stringendo il calice.
«Appunto! Quindi cosa ci facciamo qua?» dice Susan, è presa da una tale ira, per la reazione di sua madre e quella di suo padre. Desidera farli soffrire.

«Non voleva dire questo, papà. Noi siamo felicissime che abbiate preparato questa magnifica cena» dice Susy, nello sforzo di far rilassare l’atmosfera e allo stesso tempo di scacciare quelle onde di odio da dentro di sé, lei non sopporta di sentirsi così, ma Susan glielo impone, e non può far molto quando succede. Non può scacciar via le sensazioni di lei, quelle che sono le sue stesse sensazioni. Eppure non la pensa così, è realmente felice per quella cena, non vuole odiare i genitori come sta facendo Susan.

Susan scatta in piedi.

«Potete continuare da soli. Io aspetterò domani. E a quel punto, papà, dovrai darmi una risposta.» Susy la guarda profondamente contrariata.

Cos’è tutta quella voglia di sapere? O desidera solo mettere in difficoltà i genitori? Anche lei sogna di andare via di lì, ma ne ha molta più paura di quanto riesca ad ammettere.

Susan esce, mentre Susy decide di restare. Mangia il dolce con i genitori, passa del tempo gioioso con loro, l’atmosfera torna, per quello che è possibile, rilassata. La madre riesce persino a sorridere, nonostante poco prima abbia superato l’altra sua figlia, ferma in corridoio, senza nemmeno guardarla, morta dentro.

Susan resta dov’è, si appoggia allo stipite della porta chiusa, con atteggiamento di sufficienza, facendo finta che nulla la ferisca, non può andare troppo distante senza Susy, perciò è costretta a restare lì impalata, o forse vuole semplicemente restare, incapace di allontanarsi. Continua a disturbare Susy, interferendo nella sua mente con pensieri negativi, ma Susy riesce a non farsi distrarre. Così Susan si arrende e lascia la “sorella”, almeno lei, a godersi il suo compleanno. Rimane lì, a sentire la sua famiglia ridere, senza di lei.

Dopo circa quindici minuti finalmente escono. Susan scioglie le braccia e mette su un’espressione di scusa, anche se non è in grado di pronunciare quelle parole. Susy sa già tutto su come si sente, ha in una mano il dolce preferito di Susan, ciliegie e crema inglese, nascosto in un piattino fondo. Susan sorride lievemente.

L’altra l’abbraccia con la mano libera e Susan si lascia stringere senza fare altro. La madre sospira e bacia entrambe sulla fronte. Il padre dà una pacca alla guastafeste e lei abbozza un sorriso. La pace è fatta, ma c’è qualcosa di diverso in quei gesti. Gli sguardi profondi e sofferti, come di un addio.

Entrambe se ne sono accorte. Susy esita ad allontanarsi.

Susan\&Susan

«Mamma, papà» chiama. Loro si voltano, incerti, ma poi Susy non aggiunge altro. I due proseguono stretti l’uno all’altro, sparendo in fondo al corridoio.

Susy e Susan si sdraiano sul letto con lo stesso movimento. Susan non ha parlato più della cena, si è limitata a spazzolare il suo dolce e a lasciare il piattino sul comodino bianco, e così Susy, che ha detto solo: «domani festeggeremo come si deve», non vuole farle pesare nulla, non quando mancano poche ore alla mezzanotte.

Avrebbero festeggiato come al solito, insieme. Facendo a cuscinate, o guardando la luna, dormendo nello stesso letto, raggomitolate mano nella mano, sognando le stesse cose, come ogni notte. Solitamente era Susan a infilarsi nel letto di Susy per addormentarsi insieme.

Si sorridono e rimangono in attesa, senza parlare.

È una splendida nottata fresca, ma le due lasciano lo stesso la finestra spalancata, in modo che la luna si rifletta nella stanza. Quel giorno è piena, un perfetto cerchio bianco-grigiastro, nota con una piccola soddisfazione Susy, ha sempre amato le cose perfette.

Le due decidono di aggrapparsi al davanzale e di rimanere a osservarla, fino allo scattare della mezzanotte. Una con occhi sognanti e impazienti, l’altra, invece, con occhi velati di preoccupazione, eppure è esaltata lo stesso, per quanto ne abbia paura, la speranza di un cambiamento è sempre lì, nascosta dentro di lei.

Le ragazze notano delle ombre nere percorrere il vialetto, calpestando il loro amato giardino, proprio allo scattare della mezzanotte, e poi sparire, ma non hanno tempo di dirsi nulla. Si guardano confuse, mentre qualcuno apre la porta di ingresso, tentando di non fare rumore.

Camminano perplesse, e spaventate, fino al corridoio. I genitori sono lì fuori, immobili come due statue di cera, in apprensione, nell’attesa di qualcosa. Quando le vedono uscire, la madre cade in ginocchio, il padre cerca di tirarla su.

«No» dice al solo vederle, poi si volta verso le scale, qualcuno sta salendo. Susy tiene ancora il nastro rosso tra i capelli, ma è calato giù sul collo. Susan si è messa a protezione di fronte a lei, che si rannicchia alle sue spalle, aggrappandosi alla sua maglia. Entrambe sanno che sta per succedere qualcosa. Il corridoio è talmente buio, se non per la luce che fuoriesce dallo studio del padre, che è difficile scorgere i contorni della loro casa, divenuta all’improvviso un posto sconosciuto.

Le ombre scure sono degli uomini vestiti di nero. Si avventano sulle ragazze senza che possano reagire, le due si aggrappano l’una all’altra, urlando. Quelli tirano per riuscire a separarle.

La madre piange sullo sfondo, mentre tenta di raggiungere le figlie, ma il padre la tira indietro, la trattiene, il viso una maschera di pietra.

Susan non vuole staccarsi da Susy, le mani delle due ragazze scivolano dalle braccia, ai polsi, alle dita. Poi sono costrette a separarsi. Entrambe urlano terrorizzate, scalciando, scivolando sul tappeto che si sta accartocciando ai loro piedi. Il nastro rosso di Susy a terra. Gli uomini infilano un ago nei due colli, ed entrambe crollano in un profondo sonno senza sogni.