"Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era più vita che di qua"

Italo Calvino

Ilaria Pasqua - Writer and more...

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Il nostro gioco - Sogni sospesi


Trama:

“Devo portarla via di qui” è l’unico pensiero che Davide ha in mente mentre corre via dal ghetto insieme a sua sorella Flaminia, di cinque anni.

È la mattina del 16 ottobre 1943 e i due ragazzini sono rimasti soli in una Roma che non riconoscono più. I tedeschi hanno preso in mano le redini della città, e loro non sanno dove rifugiarsi per sfuggirgli.

Davide porta avanti il gioco iniziato dai loro genitori per impedire alla bambina di capire cosa sta succedendo. E così farà anche Enrico, un ragazzino dei quartieri ricchi che li nasconde in casa sua rischiando molto. Nonostante una prima iniziale diffidenza nascerà una bellissima amicizia che li salverà da un destino orribile. Continueranno a giocare tutti insieme, trascinati dai sogni magnifici di Flaminia, fino a quando non finirà la guerra, fino a quando non sfiorirà del tutto l’infanzia.



Pubblicato da Leucotea Edizioni

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Anteprima

CAPITOLO I

«Corri! Corri!» Urlai a Flaminia che continuava a rallentare, non riuscii a trattenermi, non riuscivo a stare al gioco. Avevo troppa paura che ci prendessero. Poi mi voltai verso mia sorella e vidi il suo volto contratto dai dubbi, la bocca storta come se stesse per piangere. E allora mi fermai e iniziai a ridere a crepapelle, «che faccia scema» le sussurrai alle orecchie stringendo il pacchetto che avevo raccolto dietro il divano, era lì da giorni, «non vuoi vincere? Se non corri lo farò io!» Dissi lasciandola andare, sulla sua faccia comparve di nuovo il sorriso, strinse i pugnetti e corse non per paura di essere catturata, come facevo io, ma solo per battere suo fratello. Solo per tagliare il traguardo per prima. Ricordo i suoi codini rimbalzarle sulla testa, nostra madre mentre li stringeva con attenzione perché sapeva che in dieci minuti, con la sua esuberanza, avrebbe finito per scioglierli. Ma li faceva comunque, ogni mattina.
Ogni giorno fingeva, compresi solo in quel momento, aveva paura quanto noi eppure sorrideva sempre. Così feci lo stesso anche io e continuai ad incitare mia sorella col sorriso sulle labbra.
Era il 16 ottobre del 1943, il giorno preciso in cui la mia famiglia venne distrutta.

Non sapevo bene dove portarla, ma dovevo proteggerla. Fuori dal ghetto non conoscevamo quasi nessuno, e i nostri genitori non avevano mai pensato che le cose sarebbero precipitate in quella maniera. Credevamo che la situazione degli ebrei italiani, romani soprattutto, fosse diversa. Ci eravamo illusi di essere speciali, avevamo l’impressione che ciò che era successo fuori non potesse accadere da noi. La gente, ebrea o meno, alla fine era unita. Avevamo consegnato tutto l’oro che possedevamo e pensavamo di essere al sicuro. I miei, in un certo senso, l’hanno sempre creduto, nonostante avessero paura e si tenessero pronti per ogni evenienza. Nonostante il nostro gioco continuasse sempre, per Flaminia.
«Per Flaminia devo trovarlo, pensa, pensa.» Mi dicevo correndo ancora e non pensando a nient’altro, mentre alcune urla arrivavano ancora alle nostre orecchie, ma Flaminia era presa dall’eccitazione del gioco, e non sentiva nulla.
«Ma qual è la fine? Dove devo arrivare?» Urlò lei ansimando, non avrebbe retto a lungo. Ma ora andava meglio. Eravamo fuori dal ghetto, avevo studiato un tragitto con mamma e papà: dovevo percorrere le strade più strette, quelle più sconosciute dove i camion non potevano arrivare. E soprattutto passare il più lontano possibile dal Portico d’Ottavia, perché se c’era un posto in cui avrebbero radunato le persone, sarebbe stato proprio quello. Ma non eravamo così sicuri che ce l’avremmo fatta, i miei non lo erano, e non l’avrebbero mai saputo.
«Siamo fuori» mormorai e iniziai a rallentare. Flaminia mi superò e saltellò sul posto con tutte le energie di questo mondo, «ho vinto! Ho vinto!» E poi si afflosciò un po’ ma sempre col sorriso sulle labbra.
«Acqua» disse solo, e la accompagnai alla fontanella che sapevo essere all’angolo. Aveva i codini scesi, e per un attimo venni preso dal panico, mi salirono le lacrime ma le ricacciai giù. Tutto ciò che avevamo organizzato era la fuga tra i vicoli del ghetto, nient’altro. Non c’era nessuno ad aspettarci. Nessuno.
Vagammo a testa bassa per alcune ore, attraversando sempre vicoli poco frequentati, e quando sentivo qualcuno passare, schiacciavo Flaminia dietro la prima cosa che mi capitava a tiro. La mamma diceva sempre che i romani non ci avrebbero mai denunciato, piuttosto avrebbero fatto finta di non vederci. «Perché i romani siamo tutti noi.» Roma è nostra, di noi tutti. Lo ripeteva spesso, mentre rammendava i panni, con quell’uovo di legno che trovavo sempre sul tavolo, anche quando non serviva.
Era lo Stato che ci perseguitava, capii molto dopo, non i cittadini. Non erano stati loro a svegliarci, a piombare nelle nostre case dopo averci derubato dell’oro di famiglia. Paghiamo la nostra libertà, ci dicevamo. Ma perché?
Ci avevano fatto credere che sarebbe iniziata una nuova libertà. E, nonostante la paura che non ci abbandonava mai, c’era fiducia, una stupida fiducia. Anche se la nostra città ormai era senza governo, in balia dei tedeschi.
Una cosa che i miei non mi avevano detto, l’avevo fatta. Avevo tappato le orecchie di mia sorella poco prima che... perché non potesse sentire la porta di casa che veniva sfondata, gli spari e le urla. Nostre, di noi tutti.
«Bevi.» Dissi spingendola verso la fontanella. Poi pensai che avremmo dovuto trovare una cantina, una di quelle in cui le famiglie tenevano ancora il cibo. Eravamo finiti in uno dei quartieri più ricchi e io ancora mi domandavo se ci fossero altri posti che erano stati colpiti come il nostro.
Dovemmo fermarci alcuni minuti, le gambe mi tremavano. Sentivo ancora i due spari nelle mie orecchie. Il bel gioco organizzato per Flaminia sarebbe sempre stato legato a quella conclusione, a quei due spari. E alla gente che nella piazza cercava di fuggire. Ai bambini che piangevano. Mentre il sole non era ancora alto in cielo. E se fossimo rimasti uniti? Saremmo andati in quei campi che non si sapeva nemmeno se esistevano veramente. Lì avremmo aspettato la fine della guerra, insieme. Lì si aspettava, forse non ci avrebbero dato da mangiare, forse avremmo dovuto lavorare come schiavi, ma saremmo stati insieme. Così pensavo quando feci entrare Flaminia in una cantina buia che le aveva messo i brividi addosso.
«Giochiamo a nascondino, ora» dissi sorridendo, era così piccola che avrebbe creduto anche a questo «mica avrai paura.» Lei serrò le labbra e gonfiò le guance, «neanche per sogno» disse scuotendo la testa, ed entrò per prima.
La cantina puzzava di muffa, era fredda e umida, ma forse poteva andare bene. Quanto avremmo potuto resistere? Avevo con me solo un pezzo di pane nascosto in una tasca. Avevamo sentito quegli uomini urlare in strada: «Avete 20 minuti per prepararvi.» La mamma aveva strappato dal tavolo quelle uniche misere fette di pane e me le aveva date, mentre papà sperava che l’uomo immobile nel vicolo si spostasse sulla strada principale, lasciando libero il passaggio. Per fortuna lo fece. Io stavo per scoppiare in lacrime, tremavo e non volevo andare, sapevo cosa stava per dire mia madre: «Ricordi il gioco?» Sussurrò con calma piegandosi su di me e accarezzandomi i capelli, «lo ricordi, vero?»
«Che gioco, che gioco?» Urlò Flaminia sbucando ancora in camicia da notte e mio padre dovette zittirla «Tesoro non urlare. Certo che tu non hai mai sonno vero?»
«Ho un po’ di sonno. Perché ci siamo svegliati così presto?» La mamma corse a vestirla, le mise le scarpe più resistenti che aveva, io invece ero già pronto dalla notte, mio padre aveva detto che qualcosa nell’aria non lo convinceva. E aveva avuto ragione.
«Ricordi il gioco?» Mi chiese di nuovo la mamma dopo aver infilato le scarpe a Flaminia.
Annuii, e lei mi baciò la guancia. Poi bussarono alla porta.
E non mi sembrò di vedere più niente, solo un grande buio. Era proprio come quella cantina. Flaminia si aggrappò alla mia manica e io cercai di abbracciarla ma lei non voleva farsi prendere. Rimase solo aggrappata. Era seduta su una cassa di frutta e fissava il piccolo pacchetto che avevamo portato con noi: uno straccio che conteneva dell’acqua in bottiglia e un ricambio per entrambi. Piccole accortezze che sarebbero state molto più utili in altre situazioni.
«Quanto dura questo gioco?» Chiese all’improvviso.
«Più dura e più è riuscito» dissi senza farmi venire in mente nient’altro. Non ero bravo come i miei nei giochi. Loro ne avevano inventati tantissimi. Per quando ci bloccavano in strada, per quando ci guardavano male, anche per quando si sentiva la gente litigare, e urlare, o minacciare mogli e mariti, o parenti dicendo loro che sarebbero partiti, che avrebbero lasciato questa Roma ormai infetta.
Partire. Era una possibilità che nessuno di noi aveva preso in considerazione. Dal 1938, anno in cui compii sette anni, molti erano andati via. Si erano trasferiti altrove. Seppi delle leggi razziali molto tempo dopo. Anche noi saremmo dovuti partire. Ma nessuno voleva abbandonare casa sua, abbandonare la propria patria.
Il sole era ormai alto. Lo potevamo vedere da quella piccola finestrella che avevo proibito a Flaminia di raggiungere. Iniziava a tremare e dovevo inventarmi qualcosa, qualsiasi cosa. Presi due delle mele nella cassa di legno su cui eravamo seduti e la incitai «chi la finisce per primo.»
Lei non si lasciava mai scappare le sfide, soprattutto perché in quanto a velocità nel mangiare io ero una schiappa totale. Mangiavo lentamente, era più forte di me. Masticavo a lungo fino a quando non mi decidevo a inghiottire. Flaminia invece era una piccola divoratrice, un giorno addentò persino un tavolo di legno. C’era un periodo in cui trangugiava saponette di continuo. La mamma le cercava a terra, dietro il mobile e disperata si chiedeva se non fosse impazzita. Chiedeva a Flaminia, ma lei sapeva mentire con grande faccia tosta. Poi arrivò un ruttino al gusto di sapone e le bugie vennero tutte fuori. Ovviamente finì la mela prima che io arrivassi a metà.
«Va meglio.» Borbottò soddisfatta toccandosi il pancino, poi si spaparanzò e si addormentò come un sasso. Ogni tanto dovevo smuoverla leggermente per evitare che il suo russare allarmasse qualcuno nei dintorni della cantina.
Lì dentro a parte la frutta, ebbi modo di vedere, c’erano anche delle verdure coperte da un panno, persino una forma di formaggio stagionato. E molto vino. Ma del vino non sapevamo che farcene. In realtà lo diedi a Flaminia, quella sera. Feci un disastro per aprire la bottiglia. Non riuscivo a togliere il tappo, poi mi ricordai del mio coltellino, che stupido a dimenticarmene. Mio padre si arrabbiava così tanto, ma non smettevo di portarlo con me.
Stappai con quello la bottiglia, cercando di togliere bene i residui di sughero, poi feci bere un sorso piccolo a Flaminia. Quando iniziò a calare la sera mia sorella si agitò, borbottando lagnosa: «Quando andiamo a casa?»
Solo in quel momento aveva realizzato che non vedevamo mamma e papà da quella mattina. E forse che non avevo nessuna intenzione di riportarla da loro.
Io restai a guardare quel raggio di luna che si insinuava tra le grate della cantina, colpendo obliquamente il pavimento. Quando i volti dei miei tornarono a urlare nella mia mente, bevvi anche io e mi addormentai senza sentire il freddo.
La mattina si svegliò un po’ barcollante. Gli occhi le si chiudevano anche se sonno non ne aveva più, era saltata in piedi e si guardava intorno come se il giorno prima fosse solo un sogno.
Una giornata che era stata così lunga, così vuota e piena insieme.
Come avrei fatto a tenere Flaminia in quella cantina per un altro giorno o chissà per quanti altri? Già uno appariva un miracolo.
«Davide, quando torniamo a casa?» Disse biascicando un po’, la bocca ancora impastata dal sonno.
«Vedremo, su, fai la brava e non lamentarti. Mica sarai una piagnucolona.»
«No» disse decisa e tornò a sedersi sulla cassa, senza muoversi.
Non sapevo quanto sarei riuscito a prenderla sull’orgoglio o su ciò che faceva di una bambina ciò che era.
Passammo un’altra lunghissima giornata a mangiare mele e ad annoiarci. Ero teso e avevo sempre più paura, a volte rabbrividivo senza motivo, ma vivevo in uno stato di incredulità. Niente di quello sembrava vero.
Mia sorella continuava a stringere i denti, ma sapevo che il giorno dopo avrebbe di nuovo chiesto di mamma e papà, e io non ero sicuro che non sarei riuscito a non scoppiare in lacrime.
«Sono grande» mi ripetevo. «Sono il fratello maggiore.» E cercavo in questo la forza per non crollare.
Passai qualche ora, dopo che il sole era del tutto calato, a organizzare i giochi che si potevano fare lì in cantina. C’era della terra ammucchiata in un angolo, ma non bastava per ciò che si pensava di fare. Trovai un nocciolo di pesca e allora la cosa sembrò fatta. Appiattii la terra e preparai un bel circuito largo abbastanza perché ci passasse attraverso il nocciolo. E fu un successo.
Flaminia non si stufava mai di giocarci, a volte rideva così tanto che ero costretto a sgridarla dolcemente, dicendo che il nascondino l’avrebbe perso se non avesse smesso. Così soffocava le sue risate, rideva e in un certo senso fui orgoglioso di vedere come reagiva a quella situazione. Non ero sicuro che tutti i bambini l’avrebbero presa come stava facendo lei. Eravamo chiusi quasi la buio, in una cantina piena di muffa, faceva freddo la sera, ma lei riusciva a vederne i lati positivi, nonostante fossi convinto che di paura ne avesse, e anche tanta. Lo notavo la notte, quando tremava e farfugliava nel sonno parole che sembravano “mamma” o “papà”. O animali che forse sognava la inseguissero.
In quei momenti la coprivo ancora più con la mia giacca, facendola quasi sparire sotto, come se questo potesse proteggerla dalle cattiverie del mondo. Poi le accarezzavo i capelli. In quelle due mattine le avevo rifatto i codini, arrangiandomi come potevo, non ero bravo e non avevo un pettine. Ma lei sembrava sempre e comunque soddisfatta. Se li sfiorava e per un attimo leggevo sul suo viso il tormento, poi tornava il buonumore. Era il suo carattere, o forse si era solo imposta di non piangere.
Un pomeriggio vidi dei piedi passare davanti le sbarre della cantina «faccio io, papà» disse una voce di bambino. E poi sentimmo la porta aprirsi. Di colpo ci appiattimmo contro il muro più riparato, ma lui ci vide comunque. Era un bambino di circa la mia età, però era vestito bene, portava persino un berretto.

Il ragazzino stringeva in mano una barretta di cioccolato e Flaminia l’aveva annusata come un segugio, si era già tirata in avanti.
«Cioccolata» mormorò e io le tappai delicatamente la bocca. Ci avrebbe buttato fuori.
“Lo so che ci butterà fuori” continuai a ripetermi cercando di preparare me stesso e Flaminia a uno scatto, a una corsa come quella che ci aveva portato lontano dalla nostra casa. E io infilai la mano nella tasca dei miei calzoni corti alla ricerca del coltellino, se fosse servito... rabbrividii da solo al pensiero con la mano che tremava perché non volevo essere costretto a ferire un ragazzino. Non volevo fare niente del genere, e mi salì un odio per quello che ci stavano spingendo a fare, quei maledetti.
Invece il ragazzino si limitò a scrutarci, con quei due grandi occhi neri che erano carichi di sorpresa.
«Hai fatto, Enrico?» Urlò una voce da fuori.
«Sì, eccomi, arrivo subito» rispose, raccogliendo la forma di formaggio che io e Flaminia volevamo mangiare quella sera. Poi ci guardò ancora e lanciò verso mia sorella la barretta ancora intatta.
Flaminia si svincolò dalle mie braccia e la raccolse, «Grazie» sussurrò con la faccia sporca per la terra in cui stava immersa tutto il giorno.
Lui sembrò scioccato, per un momento, ma subito dopo richiuse di scatto la porta, e io tirai fuori la mano sudata dalla tasca. Era pomeriggio, di sicuro. Non avevo orologi con me, ed era impossibile dirlo con certezza. Seppi solo una cosa, in quel momento: dovevamo andare via.
«Raccogli il tuo nocciolo e infila qualche mela nella giacca» le dissi.
«Perché?»
«Andiamo via.»
«A casa?»
«No» risposi esasperato, «non a casa» e la voce mi morì in gola. Cosa dovevo fare?
«Se non torniamo a casa, stiamo qua» disse lei.
«Il ragazzino ci ha visti. Dobbiamo nasconderci da un’altra parte per continuare il gioco. Sennò siamo squalificati» mentii ancora cercando di infondere più convinzione possibile in quelle parole, e costringerla così a muoversi.
«Non voglio» disse sedendosi sulla cassa a braccia conserte. «Dai, su. Non fare storie» la presi per un braccio e lei minacciò di urlare. Così dovetti arrendermi. Qualsiasi cosa le dicessi lei faceva finta di non sentirmi. Mi dava sempre retta a casa, invece lì mi veniva contro. E non sapevo perché.
«Flaminia. Obbedisci agli ordini di tuo fratello» dissi imperioso e lei ruppe la maschera, ne sembrò sconvolta. Iniziò a singhiozzare, e non era questo l’effetto che volevo raggiungere. «No, dai. Flaminia.»
«Cattivo. Cattivo.» Disse tra un singhiozzo e l’altro strofinandosi gli occhietti. La porta si aprì all’improvviso, cigolando però lentamente. Non erano passate che poche ore, chi poteva essere ancora?
Ma quando mi voltai verso la grata notai che da lì entrava solo buio. Non è possibile, mi dissi. Non era quella però la cosa più grave.
C’era quel ragazzino sulla porta.