"Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era più vita che di qua"

Italo Calvino

Ilaria Pasqua - Writer and more...

Click here to edit subtitle

Il giardino degli aranci - Il confine dei mondi

Trama:

Intrappolata nei mondi paralleli nati dai patti tra persone disperate e una vecchia misteriosa, la strada di Aria e dei suoi compagni verso il loro “vero mondo” si rivelerà sempre più complicata e impegnativa: mancano ancora tre sigilli da aprire, Will si trova sempre intrappolato nel mondo del bosco e i misteri da svelare dietro a quelle realtà artificiose e inquietanti sono ancora tanti… chi è davvero la “vecchia”, e che ruolo ha l’Ombra che si cela dietro di lei? Qual è la vera natura del giardino degli aranci? Ma soprattutto, Aria sarà abbastanza forte da sopportare il dolore che si cela in quei mondi di finti oblio e a portare a termine il suo compito?


L’universo fantasy e distopico inventato da Ilaria Pasqua con “Il mondo di nebbia” e sviluppato in “Il mondo del bosco” trova la sua grandiosa ed emozionante conclusione in “Il confine dei mondi”, parte finale della trilogia “Il giardino degli aranci”. Sei pronto a seguire il viaggio di Aria, Will e Henry fino alla fine?



Pubblicato da Nativi Digitali Edizioni

Anteprima


Capitolo 1


La donna dai lunghi capelli biondi stava attraversando un infinito tunnel buio. Con le mani strette al petto, l’espressione decisa e allo stesso tempo fragile, spingeva un piede dopo l’altro verso la luce, un puntino minuscolo in fondo a quel percorso, all’apparenza interminabile, di ansie.

I sussurri alle sue spalle non accennavano a smettere. Erano risate, rantoli, respiri. E qualcuno continuava a chiamare il suo nome come se non sapesse altre parole.
“Eloise”, diceva con voce sempre più strozzata, “Eloise, sono qui”.

E la donna dai lunghi capelli biondi chiudeva gli occhi, serrava le labbra, mentre la mano dell’oscurità la spingeva a voltarsi.
“Eloise”.
Ancora una risata, era l’Ombra, sempre lei, cercava di trarla in inganno. Riconosceva quel suo tono senza intonazione, quell’acutezza improvvisa quando la risata stava per spegnersi, e i brividi che le provocava. Il suo corpo non poteva ingannarla. Quella voce, se così si poteva chiamare, la terrorizzava oltre ogni cosa.

“Eloise”.
E lei pregava sotto voce, “Fa che arrivi in fondo al tunnel”, ripeteva tra i sussurri, “Amore mio, ti prego, smettila di chiamarmi”.
Nessuno l’aveva avvertita, neanche l’Ombra, ma sentiva che non doveva girarsi, né ora né mai.
Era la paura che fissava il suo sguardo solo di fronte a sé, verso la luce. Alle spalle si era lasciata una terra senza gioia, piena di dolore e di patimenti. Le profondità degli inferi. Il luogo a cui le anime appartenevano, ma lei non poteva lasciarlo lì. No, non poteva.
“Eloise”, chiamava ancora, e l’Ombra, nascosta dal buio, aggrappata alle rocce aguzze, la tentava, così lei finì con il girarsi molte volte verso le pareti laterali, la voce la intimoriva, se la sentiva addosso, era come un macigno di paure, di compiacimento, godeva delle sofferenze, e aspettava solo che lei diventasse sua. Ma Eloise procedeva decisa, in tutta la sua vita non era mai stata tanto convinta come in quel momento. Era l’amore a spingerla, lei sicura non lo era mai stata. Era facile ingannarla e manipolarla, facile trascinarla nel fango.

Lui però era morto, affogato nel fiume in un pomeriggio assolato e silenzioso, aveva visto il suo corpo galleggiare incastrato tra i rami. Ed era stato troppo. La disperazione l’aveva spinta a essere il bersaglio dell’Ombra.

“Eloise”.
“No”.
“Eloise, sto tanto male, aiutami”. Lo sentì cadere a terra.
“Cosa?”, e si voltò di colpo. La voce rise, rise felice, lei si tappò le orecchie, scossa dal terrore, aveva capito, sapeva di non doversi girare, eppure l’aveva fatto. Stupida. L’Ombra l’aveva ingannata, come tutti gli altri prima di lei, anche se i suoi sensi l’avevano avvertita. La voce continuò a ridere, facendo tremare le mura della grotta che si richiuse ai suoi piedi, gettandola indietro, fuori, sotto la luce.
“No, ti prego”, implorò lei.
La macchia scura smise di ridere, “Ti sei voltata, lui non ti ha seguito”. “Ma... mi avevi detto che...”
“Un patto è un patto”.
La donna crollò in ginocchio incapace di controbattere e pianse profondamente prostrata, affondando nel suo dolore.
Il maligno l’aveva solo illusa, come faceva con chi non era abbastanza attaccato alla vita.
“Alzati”, lei obbedì, e scomparve con l’Ombra in una terra desolata e nebbiosa, senza luce.

***


Aria si svegliò un po’ intontita, con gli strascichi di quello strano sogno. Individuò subito il volto di Henry.
“Ehi”.
“Finalmente, stavo iniziando a preoccuparmi”.

Si tirò su a sedere, era umido e quasi buio, rabbrividì. “Dove ci troviamo?”, per un attimo aveva dimenticato ciò che era da poco successo, era rimasta a vagare in quel sogno, quella donna aveva un’aria così familiare, era solo un’impressione, e l’Ombra... era proprio quella che conosceva. Pensò per un attimo che poteva essere la vecchia, ma non può essere, è vecchia, e poi l’Ombra non ha detto che lì non invecchia chi... chi... è destinato? Nessuno è destinato a niente, si disse nervosa tastandosi quel maledetto vestito che ancora aveva addosso. Ma non era quello il momento di pensarci.

“Mi hai sentita? Ho detto che siamo in una cella”. 10

“In una cella”.
“Sì, ci hanno catturato subito. Era come se sapessero che saremmo arrivati”.
“Ma come...”
“È possibile? E chi lo sa,” sbuffò stanco “Stai bene comunque?”
Aria annuì e osservò il suo palmo, le tre foglie nere erano al loro posto, mentre le altre due se ne stavano lì, pronte per essere conquistate. Poi si ricordò di colpo di Mary e la cercò con lo sguardo, era in un angolo e stringeva le ginocchia al petto.
“Mary”, chiamò subito, ma lei non rispose, le lanciò solo un’occhiata carica di risentimento.
“Lasciala stare”, sussurrò Henry, “Si... riprenderà”.
Non ci credeva veramente.
Solo in quel momento Aria si ritrovò davanti il quadro completo della situazione, le informazioni le erano arrivate lentamente, ma ora tutto il peso di ciò che era successo le era crollato addosso.
Loren era morta, anche Peter, e Will...
Henry l’abbracciò, sapeva benissimo a cosa stesse pensando perché aveva avuto un sussulto, “lo troveremo”.
“Sì, lo so”, rispose lei e si tirò su divincolandosi, “Bene, cerchiamo di capire dove ci troviamo”, non ci poteva proprio pensare, avrebbe perso la sua lucidità e non era il caso. Osservò tutt’intorno. Le pareti erano alte e rocciose, come se la cella fosse stata scavata in una caverna, era poco ampia, sì e no cinque metri, ed era trascurata, sporca, come tutte le celle che si rispettino. Dall’altro lato un ampio cancello di ferro, fitto, con solo uno spiraglio: un piccolo spazio rettangolare in quel momento chiuso. Henry la seguì, ancora stordito. Mary, invece, non si era mossa.
“Appena siamo spuntati qui, tu non ti svegliavi e dei tizi erano già pronti ad accoglierci” sussurrò. “Non abbiamo avuto tempo di capire dove ci trovassimo, o che tipo di mondo fosse. L’unica cosa certa è che ci fissavano con grande attenzione, e dopo sembravano sapere ogni risposta. Conoscevano i nostri nomi”.
“Stai scherzando?”, chiese Aria a bocca aperta.
“Perché dovrebbe?”, disse la voce di Mary che si alzò e si andò a frapporre tra Henry e lei.
Aria allungò le mani verso le sue trecce ma lei si scansò. Il suo sguardo era diverso, così diverso.
“Henry ha detto la verità”, si limitò ad aggiungere, poi camminò fino all’unica finestra che si apriva sulla parete, dando loro le spalle. Le sbarre scure e incrostate davano all’ambiente un’aria antica.
“Dalle del tempo”, sussurrò Henry quando vide l’espressione colpita sul volto dell’amica.

Che mi aspetto da lei? Ha appena perso... non riusciva nemmeno a dirlo, perché pronunciare il suo nome l’avrebbe riportata ancora una volta lì, davanti all’albero in fiamme, tra cadaveri e follia, a quella terribile conclusione. Alla consapevolezza di aver fatto un errore, alla certezza che doveva essere lei e solo lei ad avvicinarsi a quel maledetto tronco e impedire ai suoi amici di morire.

Scosse la testa più di una volta sospirando, il fiato tremava tra le sue labbra, poi alle loro spalle un suono secco ruppe il silenzio. A terra era comparsa una scodella con tre piccoli panini dall’aria malforme. Nessuno di loro aveva fatto caso alla fessura in basso, quella per il cibo a quanto pareva. Aria era stata presa in contropiede, non aveva nemmeno avuto il tempo di chiamare il loro carceriere, di cercare un qualche dialogo, era ancora scossa, e moriva di fame. Così raccolse la scodella, e con lo stomaco brontolante, un brontolio che non riusciva a nascondere, si avvicinò a Henry che sorrise, “Prendi prima tu, Aria”.

“Vai tranquillo, mica scappa tanto”.
Un altro brontolio, ora una risata più accesa di Henry.
“Henry insomma...”, poi mise su un’espressione malinconica e pensò a qualcosa sospirando, Aria aveva capito che era tornato indietro a quei momenti felici, e non poteva permettergli di perdersi, non ora, così scoppiò a ridere massaggiandosi la pancia, era una risata sommessa, a labbra strette, Henry rise con lei, “Sei sempre la solita”, e prese un panino senza esitazione.
“Non c’è niente da ridere”, urlò Mary.
Aria si limitò ad avvicinarsi con la scodella, “Mangia”. Lei scosse la testa. “Mary, mangia forza”, disse con un tono più autoritario, ora doveva essere lei a occuparsi di Mary, visto che Loren... il pensiero si rimpicciolì velocemente, ma il suo fantasma continuava a tormentarle il cuore.
Mary sbuffò, strappò con un gesto rapido il panino e si andò a sedere più distante da loro.
Aria era piena di angoscia, Mary non voleva più parlarle, era sconvolta in una strana maniera.
“Mi dispiace davvero per...”, le parole le morirono in gola, “Per quello che è successo. Non pensare che me ne sia dimenticata. Ti prometto che farò di tutto per portarti al sicuro”.
“Sai che me ne importa di quello che dici”, urlò lei. Le spalle della ragazzina tremarono silenziosamente e si strinsero ancora di più tra loro. Aria non poteva avvicinarsi, sapeva che Mary l’avrebbe cacciata via, e non sarebbe riuscita ad affrontare quel rifiuto. Sapeva bene che forse non le sarebbe mai passata, ma ciò che più la distruggeva era il pensiero di non vederla più sorridere, e di sapere che la colpa era sua. Quando Will e Henry le avevano consigliato di lasciarle stare lì, nella loro terra, lei aveva opposto un categorico no. Ed ecco quali erano stati i risultati. Non era riuscita a salvare nessuno, sentiva di aver perso anche Mary per colpa di quell’incendio.

“Aria, mangia anche tu”, disse Henry rompendo il suo panino in due, stava aspettando che anche lei iniziasse. Aria si sedette accanto a lui, sull’unica brandina malconcia della cella, e mangiarono insieme, come ai vecchi tempi. Ma quanto erano diversi da allora, non potevano fare a meno di pensarci. Entrambi si erano persi nei ricordi. Henry pensava a loro due accucciati in corridoio a fare merenda.

Aria pensava invece a loro quattro, seduti al parco intorno al vecchio tronco, a dipingere e pranzare, sotto il caldo sole d’agosto, o a gennaio, quando faceva così freddo che il tronco era ghiacciato e tutt’intorno era bianco, così bianco che i confini delle cose sbiadivano. Per loro ogni occasione era buona per dirigersi al parco, se si concentrava poteva sentirne ancora l’odore. Chiuse solo un attimo gli occhi, si sentiva agitata, e sapeva che Henry l’avrebbe percepito solo con un colpo d’occhio, doveva calmarsi. Osservò con gli occhi della sua mente il giardino, respirò a fondo i profumi, ricordò con precisione il lago, proprio al centro del parco, era bellissimo seguire la fila di fiori ai margini della strada sterrata e ritrovarsi lì. E nei giorni di temporale era ancora più emozionante. I fulmini dividevano in due il cielo e il lago sembrava inghiottirli, così come faceva con le gocce che puntellavano la sua superficie. Uno spettacolo indimenticabile. Chissà se a qualcuno piaceva quanto piaceva a lei? Henry trovava abbastanza inquietante che Aria fosse attratta da una cosa del genere, ma lei non se ne preoccupava, le metteva tranquillità. In quei momenti pensava a quanto fosse forte la natura, e che favore faceva a lasciar vivere lì gli esseri umani insieme a lei. E poi... erano ottimi soggetti per i dipinti.

“Stai sorridendo”, sussurrò Henry, non come a lamentarsi, era solo un’osservazione che gli era sfuggita dalle labbra.
“Sì, bei pensieri”, disse solo, spezzando in due il panino. Aprì gli occhi e trovò Henry perso di colpo nei suoi, strusciava le dita sul muro, lentamente, con metodo, cercava di capirne il materiale, ne era certa. Come sempre toccare le cose era il suo pallino, si meravigliò che non l’avesse ancora fatto. Forse era successo e lei non se ne era accorta. Quante volte, al parco, mentre stringeva in mano un sudoku con l’altra tastava il terreno? Sempre, era chiaro quanto lo tranquillizzasse. Ognuno ha le sue fisse, si diceva, e poi era sempre un buon motivo per prenderlo in giro quando lui lo faceva con lei.

Il panino era integrale, carico di cereali. Non li amava molto integrali, preferiva quelli classici, su cui si poteva spalmare una gran quantità di burro senza sentire il sapore dei semini in bocca, ma quello, stranamente, non le dispiaceva. Forse a pensarlo non era tanto lei ma il suo stomaco. Una volta mangiato avrebbe avuto forse la lucidità giusta per capire la situazione e fare qualcosa di utile, sentirsi di nuovo importante, ora non ci riusciva, era troppo scossa, e lo stesso valeva per i suoi compagni di viaggio. Henry continuava a tastare il muro, pensando a tutt’altro, fissava fuori da quella piccola finestra sbarrata con occhi incerti, stringendo con forza il bordo della brandina.

Aria poggiò la mano sulla sua, e lui si voltò di scatto.
“Torneremo a prenderlo”, disse nuovamente la ragazza, si doveva convincere di questo. In quel momento aveva dimenticato le litigate, le arrabbiature, non voleva ricordarle perché la facevano sentire in colpa, forse la rabbia era stata la causa della sua indecisione, forse se fosse stata meno testarda ora Will sarebbe lì con loro, a proseguire il viaggio. Ma in quel momento si sentiva proiettata in avanti e trattenuta indietro. Doveva andare avanti, e desiderava tornare indietro da lui, e la cosa peggiore era che nessuno era certo che sarebbe stato possibile invertire il percorso... Questo tragitto non era un cerchio, ma di certo una linea. Rabbrividiva al pensiero, sentiva le foglie della chiave grattare la superficie della sua pelle, premette più forte la mano su quella di Henry, cercando di togliersi dalla mente quel fastidio, senza riuscirci. La chiave era sempre lì, non si poteva ignorare.
Buttò giù l’ultimo pezzo di pane fissando le spalle di Mary che non si muovevano di un soffio, era immobile, persa in un mondo che non era quello.
Aria si aggirava come un gatto in trappola, tentava di riflettere ma la testa le si annebbiava di colpo, solo con grande difficoltà riusciva a schiarirla e a ritrovare il filo dei suoi pensieri.
Dopo quel tozzo di pane che aveva ingurgitato, ci mise ore intere a riprendersi, a tornare operativa. Henry non si era alzato, aveva semplicemente aspettato che ritrovasse se stessa e le sue intenzioni, senza distrarla, senza sapere bene come prendere l’iniziativa; credeva che tanto, prima o poi, i tizi che li avevano imprigionati li avrebbero liberati per interrogarli. Ma Aria, chiaramente, non lasciava mai l’iniziativa agli altri, e all’improvviso si gettò con energia contro la porta, iniziò a sbattere i pugni a ritmo, con forza ma con calma, non voleva far pensare di essere caduta nel panico, lei doveva dominare anche quella situazione.
“Ehi, c’è nessuno?”, disse dopo un paio di pugni. “Pensavo voleste avere delle informazioni da me, invece non mi sembrate interessati”, altra scarica di pugni, “Beh, mi spiace per voi. Credo che mi chiuderò nel silenzio e mi godrò questa bella vacanza. È tanto che non dormo”, continuò sprezzante, non aveva paura, come sempre. Pensava vogliono qualcosa da noi, da me, quindi perché non tentare di dettare le regole? Difficilmente non mi riesce.

Aria non fece in tempo a sedersi che lo scatto della porta annunciò la prossima apertura. Henry schizzò in piedi e per la prima volta Mary si girò verso di loro.

Li accolse con il solito sorriso beffardo impresso sul viso, ma tanta stanchezza addosso, temeva che non sarebbe stata incisiva quanto avrebbe voluto, ma doveva pur tentare.
“Che hai in mente?”, chiese Henry un po’ spaventato dalle iniziative alla cieca dell’amica.

“Niente di avventato”.
“Lo spero proprio”.
“Un po’ di fede”.
“Come sempre”, rispose Henry guardandola con uno sguardo teso. Mary l’aveva raggiunto, si accosto a lui, ben lontana da Aria. Lei l’aveva notato ma non era il momento di risolvere quella questione.

La porta si aprì con un terribile scricchiolio; un uomo sulla cinquantina, grande e grosso, vestito di abiti poco curati, fece il suo ingresso con aria decisa.
“Bene, vedo che siete tutti svegli”, disse.

“Da un pezzo”, ribatté Aria, “Era ora che veniste, voglio vedere il vostro capo, e subito”, si avvicinò lentamente alla porta. L’uomo rimase un po’ interdetto dall’atteggiamento di Aria.
“Insomma? Facciamo una cosa di giorno”, continuò lei incalzando. L’uomo non rispose, ma sparì nel corridoio, lasciando al suo posto un mingherlino con uno strano casco storto in testa e un fucile vecchio stile. “Non tirare troppo la corda”, sussurrò Henry in pensiero.

“L’ho mai fatto?”, rispose Aria con un vago sorriso impresso in viso.
“Sei sempre la solita”, commentò lui guardandola più rilassato. “Tranquillo, ho intenzione di uscire di qui tutta intera”.
“L’importante è solo che TU esca tutta intera, non importa se Henry, o io, moriremo”, commentò Mary con durezza.

“Mary, ho capito che sei arrabbiata, ma non dire cretinate”.
“Non mi sembra il momento, ora”, disse Henry.
“Non sarà mai il momento”, rispose Mary guardando vagamente verso il muro, persa di nuovo in un pensiero. Henry sospirò, non sapeva proprio cosa fare con lei.
L’omone si affacciò e lasciò degli abiti puliti insieme a una bacinella carica d’acqua, Aria prese in mano il vestito con una smorfia, “Ehi”, iniziò a chiamare, “Voglio un paio di pantaloni”, urlò decisa, sentì mormorii dietro la porta, ma dopo poco qualcuno li lanciò dentro.

Poteva essere felice solo per il fatto di potersi togliere quel vestito di dosso? Era ridicolo, eppure la cosa la rasserenava, sentiva di rindossare i panni di se stessa.
“Fate prima voi, ragazze”, disse Henry infilandosi in un angolo e dando loro le spalle.

“Mary”, chiamò Aria conciliante, ma non rispose, così iniziò prima lei. Si sfilò il vestito strappato con un mormorio di soddisfazione, si lavò per quanto poteva, sciacquandosi il viso per rinfrescare i pensieri, poi si infilò il paio di pantaloni di stoffa leggera e una maglia bianca e larga.

Quando i fruscii finirono, Mary si avvicinò e iniziò a cambiarsi, come se Aria non esistesse. La cosa fece alla ragazza uno strano effetto. Poi fu il torno di Henry. Aria e Mary presero a fissare la porta, pensando entrambe che quel mondo doveva essere un posto povero, o forse era semplicemente questo il trattamento che veniva riservato ai prigionieri. Ma loro che razza di prigionieri erano?

Nello stesso momento in cui Henry finì di vestirsi, l’omone entrò come se lo avesse saputo, e fece segno ai tre di seguirlo. Il mingherlino chiudeva la fila, mentre loro seguivano la guardia lenta e goffa lungo un intrigo di corridoi apparentemente mal costruiti, e mal gestiti.

Ora Aria sentiva la tensione prenderle la schiena e scuoterle lo stomaco. Prese fiato un paio di volte. Alla fine dell’intricato cunicolo, una stanza che separava dall’ingresso, una porticina in legno.
Quando uscirono fuori dalla prigione si coprirono gli occhi, la luce era troppo intensa. I mormorii di tantissime voci li costrinsero ad aprirli velocemente, ancor prima che si abituassero.

Si ritrovarono in uno spiazzo di terra scura, circondati dai cittadini di quel nuovo mondo, forse poco avanzato, di nuovo. Alcuni stringevano delle asce. Poi lo notò, al centro dello spiazzo c’era un piccolo trono in ferro battuto dall’aria molto pesante. Quattro uomini robusti ai suoi lati, e un ometto anziano in piedi, con un grande anello sul dito.

Allungò lo sguardo oltre lo spiazzo, e si dovette subito ricredere sulle primissime intenzioni. Vide molte case sparpagliate, o immaginava fossero case, erano cubi grigi scuri dall’aspetto rigido, su un lato si aprivano delle piccole finestre, dall’altro nulla, una parete liscia. Questi cubi erano posti in piano, non c’erano montagne o colline. Era una vasta, piatta terra dall’aria poco ospitale. Non c’erano campi, frutti o verdure ovunque, come nel mondo di Merrick, era perlopiù brullo, e poco adatto a sopravvivere. Almeno quella era l’impressione che Aria aveva avuto prima che l’uomo accanto al trono non la distraesse da queste considerazioni, richiamando la sua attenzione. Lo fissò poi si accorse che era rimasto in piedi.

Aria poggiò gli occhi sul trono e vide all’improvviso un... ragazzino seduto comodo e sicuro, quasi annoiato. Il mento poggiato su una mano.

La fissava con la testa reclinata come se la stesse studiando, o lo avesse appena fatto. I capelli castani a caschetto, gli occhi piccoli e curiosi, vestito con una tunica bianca e un paio di sandali. Ad Aria fece una strana impressione. Si avvicinò con sicurezza mentre la gente intorno continuava a mormorare incuriosita e spaventata, forse pensando che potessero essere pericolosi. Si stringevano intorno a quel ragazzino e Aria a ogni passo perdeva determinazione. Le faceva uno strano effetto. Henry la seguì, mentre Mary restò immobile a braccia incrociate. Aria aveva visto in prima fila un altro ragazzino biondo che la fissava con un’intensità diversa, dietro a lui una donna dai capelli castani. Li osservò entrambi e ne fu certa: li aveva già incontrati.

“Sei tu...”, mormorò lei con poca incisività, tornando subito con gli occhi sul ragazzino.
“Il capo, volevi dire. Non è così?”, ma non la lasciò rispondere, “Non c’è nessun capo qui. Siamo solo io e il mio popolo”.

La sua voce era fine ma potente, decisa, proprio come il suo sguardo. Quando aveva parlato il suo popolo, come lo aveva chiamato lui, si era chiuso in un silenzio carico di rispetto.
“Come vuoi”, disse Aria nervosa, chissà perché il modo di fare di quel ragazzino la infastidiva, forse era la reazione del “suo” popolo a irritarla. “Cosa vuoi...”.

“Da voi? Nulla. Parlare”.
“Parlare”, ripeté Aria perplessa. Lanciò un’occhiata a Henry e Mary che non si mossero, sembravano stranamente tranquilli.
Lui si aprì in un sorriso deciso e poi si alzò in piedi, il vecchio accanto al trono si girò sul dito il grande anello e lo seguì con lo sguardo.
Quello avanzava e Aria sentiva di voler indietreggiare, ma non lo fece. Strinse forte il pugno con le chiavi come a proteggerle, e lo fissò. Si era guardata intorno con attenzione ma non aveva scorto il giardino, si guardò intorno di nuovo, dove si nasconderà? In uno di quei cubi grigi? Lo pensò velocemente, giusto nel tempo di un battito di ciglia, perché il ragazzino richiedeva la sua attenzione. Era così gracile eppure così presente, come se calamitasse le energie delle persone intorno a sé. Una strana sensazione. Le persone sorridevano, ma Aria non ci riusciva, c’era qualcosa che la metteva in allarme, e che le aveva impedito di attaccarlo. Era l’unica a sembrare tesa.
“Interessante davvero”, disse il ragazzino fissandola. “Parlare, sì”, disse di nuovo sovrappensiero, quando fu a pochi passi da lei. Henry le si era tirato accanto, mentre Mary si ostinava a guardare il cielo, completamente disinteressata dalla scena.

“Tranquillo”, disse il ragazzino a Henry che avrebbe potuto schiacciarlo con facilità. Era decisamente più alto. Si calmò ma non si allontanò di un millimetro dall’amica.
“Io non voglio parlare”.

Aria sentì che Henry aveva sospirato, forse era il caso di parlare. Voglio solo andare via...
“Solo andare via di qui, nient’altro”, il ragazzino continuò il pensiero di Aria come se la leggesse dentro.

Lei si ritrasse.
“Tranquilla, non ho nessuna brutta intenzione”.
“Perché allora quest’arena?”, la prima cosa che l’aveva infastidita era il pubblico. Questo ragazzino vuole dare spettacolo, pensò.
“Non è un’arena, è il mio...”
“Popolo, sì, l’hai già detto. Che cosa vuoi?”, continuò ritrovando la sua solita sfacciataggine.
“Aria...”, disse Henry che voleva certamente mitigare i toni e trovare un punto di contatto, come faceva sempre.
“Niente Aria”, rispose lei senza nemmeno guardarlo, non riusciva a distogliere gli occhi dal ragazzino. Aveva un’aria così... pura, e allo stesso tempo quell’immagine si scontrava con altre, sentiva che non era sincera come voleva far vedere. Eppure ispirava grandezza e sembrava diffondere calma tra tutti i presenti con cui scambiava sguardi continui, come fossero un’unica, grande persona.
Le chiavi le bruciarono il palmo e lei trattenne una smorfia di dolore, cosa succede? Sembrava volessero avvertirla.
“Io invece voglio parlare”, urlò Mary avvicinandosi con passo deciso e superando Aria che la prese per la spalla, lei se la scrollò di dosso e ripeté, “Io voglio parlare, non puoi trattenermi”.
“Mary!”, urlò Aria come a volerla sgridare.
“Mh”, fece il ragazzino con le braccia lungo i fianchi.
Mary la guardò con odio. Aria prese una delle sue trecce con delicatezza. “Non mi toccare”, disse ritirandosi, notò qualcosa, lì tra la folla, lasciò Aria e Henry e si avvicinò a un uomo, “prestamelo”, l’uomo guardò prima il ragazzino che annuì, poi lasciò un coltello nelle sue mani e Mary con gesto plateale strinse entrambe le trecce tra le dita e se le tagliò di netto. Aria sussultò.
“È chiaro ora?”, disse fissando Aria e porse il coltello con il braccio morbido.
Era chiaro. La sua Mary non esisteva più. Henry sospirò. Mary lasciò cadere le trecce tagliate a terra. Ora aveva un caschetto che le ricopriva appena le orecchie.
Il ragazzino non si era scomposto, sembrava aver già compreso.

“Non parlerò con nessuno di voi”, sussurrò il ragazzino.
Aria lo guardò, “Parla con me se proprio hai qualcosa da dire”, disse cambiando idea. Smise di guardare Mary cercando di ritrovare il controllo. “Non finché non vi chiarirete”.
“Insomma, non abbiamo tempo da perdere!”, urlò Henry stranamente spazientito.
“Henry”, si limitò a dire l’amica. Non smetteva di fissare gli occhi del ragazzino, la profondità di quello sguardo la bloccava, c’era qualcosa lì in fondo. Il suo popolo si fece silenzioso.
“Riportateli dentro”.
Aria non era riuscita a chiedere nulla, eppure voleva sapere cosa si nascondeva dietro quello sguardo sicuro. Si voltò solo un istante, mentre la guardia grassa li trascinava dentro senza troppa fatica. Il ragazzino si era avvicinato, sussurrò solo: “Chiaritevi, o non sopravvivrete”, ma non sembrava aver parlato, nessuno se ne era accorto. Solo lei.
Chi diavolo era quel ragazzino? Non aveva chiesto nemmeno il suo nome, e il loro incontro era stato perlopiù inutile. Disordinato, poco incisivo. Aria non era riuscita a essere decisa come al solito, il palmo le bruciava e le girava la testa come non le era mai successo.
Si tastò la fronte con la punta delle dita e cercò di riordinare i pensieri, “Chiarire”, aveva detto.
“Ehi, stai bene?”, Henry si sentiva quanto più inutile, non sapeva cosa dire, cosa fare, era stanco, e non la smetteva di pensare a Will, nelle mani di Merrick o in quelle del fuoco. Si sarà salvato dall’incendio? Pensava, riusciremo mai a raggiungerlo? E la mia famiglia... riuscirò mai a salvarla? Aveva cercato di non pensarci in quei lunghi giorni, ma quel senso d’impotenza che provava in quelle ore, ancora più forte del solito, lo stava schiacciando a terra e non si sentiva più così convinto di ciò che stavano facendo. E poi Aria... sembra così terribilmente stanca, ha lo sguardo spento, la carnagione ancora più chiara del solito. Non riusciva a smettere di fissarla, e Mary non riusciva a smettere di infastidirsi per quegli sguardi. Aveva nascosto Loren in un angolino, aveva focalizzato tutta la sua attenzione su Aria. Era di odio che si stava nutrendo. Meglio l’odio che qualsiasi altro sentimento penoso. Se avesse pensato ad altro si sarebbe spezzata, e ormai doveva andare avanti.
Il ragazzino fissò le schiene dei tre mentre sparivano nella prigione. Stavolta quel suo sorriso compiaciuto era scomparso, era serio e teso. La folla intorno a lui rimase in silenzio, poi si disperse. L’uomo anziano si avvicinò mestamente, senza smettere di girare il suo enorme anello sul dito scarno.
“Signore, torniamo dentro”, disse, “Non raccoglieremo niente di buono”.

“Non ancora”, mormorò il ragazzino senza nome sorpassandolo con calma, “Non ancora” poi si avviò verso uno dei cubi grigi che riempivano il paesaggio d’inquietudine. Il vecchio si affrettò a seguirlo.


***


“Bella mossa, Aria”, disse Mary calcando bene il suo nome. Non appena furono dentro non riuscì a stare in silenzio.
Aria era rimasta per un secondo confusa, forse ancora aggrappata alle parole del ragazzino e a quello strano incontro.

“Mary, per favore”, mormorò Henry.
“Ma perché la devi sempre difendere? Ci farà ammazzare tutti, lo sai?”, urlò.
Aria si avvicinò alla finestra ignorando le urla di Mary e la voce più pacata di Henry che tentava di calmarla. Guardò fuori, verso il cielo, c’era qualcosa, una sensazione che doveva assolutamente afferrare, qualcosa di necessario che si sarebbe rivelato indispensabile, ma cosa? E cosa riguardava? Il ragazzino?
La mano riprese a bruciare ma la ignorò.
“Non finché non vi chiarirete”, aveva detto il ragazzino che veniva trattato come un Dio. La folla ammutoliva quando lui prendeva la parola. E nessuno si azzardava ad aggiungere altro, ma non era un’atmosfera negativa quella, non c’era terrore, o paura. Era armonia. Eppure lo sguardo di quel ragazzino non riusciva a scollarselo di dosso. Non finché non vi chiarite. Che importanza ha per lui il nostro riappacificarci? Che ci sarà sotto?
“Ehi, mi stai sentendo? Maledetta...”, sussurrò a labbra strette quando si rese conto che no, non l’aveva ascoltata, non fino a quel “Maledetta”. “Mary, ora ne ho abbastanza, stai zitta”, urlò Henry per la prima volta perdendo la calma. Lei ne rimase sconvolta, tornò tremando dalla rabbia al suo solito angolo, gli diede le spalle e non si mosse.
Maledetta. Forse lo sono per davvero. No, niente pensieri negativi.
La mano continuava a bruciare senza sosta, così fu costretta a osservare il palmo che cercava di chiamarla.
“No”, sussurrò, era spuntata dal nulla un’altra foglia.
“Che succede?”.
Aria sospirò e allungò la mano verso la sua direzione, “Guarda con i tuoi occhi”.
“Quella non c’era”.
“Eh, no. Proprio no”, rispose Aria. Ci risiamo. Si andò a sedere lì dove i raggi del sole illuminavano obliquamente il muro. Un altro patto è stato stretto.

“Oltre a questo allora...” iniziò Henry.

“Abbiamo altre due realtà da attraversare”.
“Tre in tutto”.
“Ancora tre, maledizione”, sussurrò Aria con le labbra tremanti lasciandosi quasi andare alla disperazione. Se dovessero aumentare ancora... non so se riuscirei a resistere.

Henry poggiò la mano sulla sua, “Vedrai che ce la faremo”.
“Ma certo che ce la faremo. Chi ha mai detto il contrario?”, disse Aria sforzandosi di sorridere. Henry fece lo stesso, “Costi quel che costi”.
“Non ci sarà nessun costo stavolta, lo giuro”, disse decisa Aria fissando le spalle di Mary che si erano mosse a quelle parole.
Ma per ora non c’era proprio niente che potesse ristabilire l’equilibrio fra loro due, e forse era normale, il tempo passato da quella tragedia era così poco, il dolore scaldava ancora la pelle e il cuore di entrambe. Aria non si azzardava nemmeno a pensarci, non sarebbe riuscita a togliersi da quella situazione se l’avesse fatto. Ora doveva pensare a portare Henry e Mary in salvo, loro si fidavano di lei e non voleva deluderli.
Aveva osservato bene tutto ciò che si muoveva sullo sfondo del ragazzino. Quel mondo era diverso dagli altri due, sia del suo che quello di Merrick, ma avevano una cosa in comune: il giardino degli aranci. E dove diavolo è questa volta? Si chiese di nuovo, nascosto in uno di quei cubi o lì dietro da qualche parte?
“Senti Mary”, disse poi d’istinto, “So che ce l’hai con me ma dobbiamo collaborare se vogliamo andare via di qui”, sussurrò avvicinandosi, si piazzò alle sue spalle, “Se il ragazzino vuole che noi chiariamo...”
“Io non voglio parlare con te”, urlò senza voltarsi.
Il cuore di Aria si stringeva a ogni parola che usciva dalla bocca di Mary che prima tanto le piaceva ascoltare. Quella vivacità, la giovinezza, la speranza, l’affetto. Ora non c’era più niente di tutto quello in lei, ed era colpa sua. La morte di Loren le aveva strappato via tutto, era rimasta nuda con il suo dolore, nascosto dietro quell’odio spropositato che non riusciva a farla ragionare.
“Ascolta. Puoi continuare a odiarmi se vuoi, ma dobbiamo dimostrare a quel ragazzino che tutto è a posto, ora. Così parlerà con noi e capiremo dov’è il giardino”.
“È l’unica cosa da fare, ha ragione lei, Mary”.
“Quando mai ha torto per te, Henry?”
“Non ricominciare, per favore”, mormorò Henry esasperato. “Per andare via di qui dobbiamo seguire le regole di questo posto. Il ragazzino è il capo qui, vuole la pace tra noi per chissà quale motivo, e noi gli daremo ciò che vuole”, disse deciso lui.

“Esatto”, Aria non aggiunse altro, era troppo stanca per parlare. Una strana nebbia appiccicosa le riempiva la testa di nulla.
“Lo farò, ma non vi aspettate altro da me”, disse ad alta voce, poi l’abbassò, “Fra me e lei niente tornerà a posto... mai”.

Mai. Ha ragione, mai. Non mi perdonerà mai.
Si abbandonò per un istante alla nebbia della sua mente e si sentì più rilassata, ma si destò subito.
Tornò a sedersi e poggiò stancamente la testa contro il muro.
Henry si sedette silenziosamente al suo fianco e con la sua mano fece scivolare la testa della ragazza sulla sua spalla. Lei abbozzò un sorriso e si addormentò.